Virginia Woolf
La crociera
Frontespizio di La crociera di Virginia Woolf
Qualche mese fa
comprai su Depop un ciondolo portafoto antico, di inizio ‘900. Che sia antico
lo rivelano tante cose, tra cui un vellutino sporco su cui inserire la foto del
compianto defunto. Il mio compianto defunto è Virginia Woolf, autrice che non
scoprii in giovane età, come le sorelle Bronte, ma davvero tardi: 27 anni.
Eppure a casa il tomo (di mia madre) volume 1 “Woolf – Tutti i Romanzi” mi
guardava e riguardava e io distoglievo lo sguardo: “è troppo presto, troppo”.
Ed era presto davvero e forse bisogna avere occhi allenati alla lettura per
amare così profondamente le pagine di Virginia Woolf. Il suo primo libro che mi
trovò – perché fu lui a trovarmi in una prima fila di una botteguccia milanese
di volumi a due euro – fu “Orlando”, in un’edizione tutta speciale non tanto
per l’edizione in sé (la medesima de “La crociera” che andremo oggi a trattare,
inserita nella raccolta di romanzi dell’autrice edita da GTE Newton), ma per
l’appartenenza di una certa Sandra (è proprio questo il bello dei libri di
seconda mano), probabilmente una donna o un uomo che stava attraversando la
difficile e penosa fase del cambio sesso e che espresse tutto il suo disagio
mediante certe sottolineature di certe frasi composte da Virginia. Una storia
nella storia. Per molti mesi fu un pensiero incessante e fu così che Sandra mi
trovò e insieme a lei anche Virginia, il fantasma a me più caro, che tengo sul
mio petto dentro il mio ciondolo e le cui parole risuonano in me come una
tempesta.
La scrittura di
Virginia Woolf è sempre differente eppure uguale, in un continuo paradosso, in
un continuo entrare e uscire da situazioni e personaggi eterogenei che
costruiscono e costituiscono storie del tutto credibili, plausibili, reali e
per questo – spesso – non si può sfuggire ad un certo livello di
identificazione. “La crociera” è il suo primo romanzo (1915) in cui “Rachel
Vinrace si imbarca per il Sud America sulla nave di suo padre e dà il via ad un
percorso di scoperta di sé in una sorta di viaggio mitico moderno” (https://it.wikipedia.org/wiki/La_crociera). Ornella De Zordo scriverà che “non
uno, ma due, sono i viaggi a cui allude il titolo altamente simbolico del primo
romanzo scritto da Virginia Woolf. Sono viaggi per acqua (un elemento legato al
moto e al cambiamento che ricorre nel testo come presenza costante) e tutti e
due assumono le connotazioni di progressione interiore, di percorso all’interno
della coscienza”. E sebbene questo sia riferito principalmente alle
vicende di Rachel durante tutto il corso del viaggio in nave e durante il
soggiorno in terra ferma, questa particolare circostanza introspettiva - che si
riversa su carta attraverso parole legate in monologhi interiori o dialoghi dalle
sfumature profonde fino al riversamento nelle più cordiali banalità – è oggetto
di ogni personaggio del romanzo, sebbene in modo più particolareggiato soltanto
per alcuni: Helen Ambrose, zia di Rachel, fautrice del soggiorno in terra ferma
come secondo metaforico viaggio della nipote, e che affronta anch’essa – nel
rapporto con la giovane – un viaggio di comprensione; Terence Hewet e John
Alaric Hirst, due amici antagonisti in intelligenza e profondità del sentire,
in un continuo rimando a riferimenti altri e inceppamenti linguistici e
tematici (soprattutto l’Hirst) per la sua totale incapacità empatica e un
egotismo perfettamente descritto.
Il romanzo è un
buon romanzo per i tre quarti del libro: scorrevole, piacevolissimo, ironico.
Ci si immerge in esso con facilità, trovando tematiche interessanti come il
rapporto dell’io con il sé, il rapporto del sé con le circostanze entro cui
svolgiamo le nostre vite, il giudizio su ciò che sia socialmente accettabile
per una donna (pensare/fare) e il punto in cui essa debba fermarsi,
l’introspezione della donna in genere, il rapporto uomo/donna nel rapporto
formale/amicale/sentimentale. Ci si chiede, però, ad un certo punto, un
qualcosa come “Ok Virginia, ma cosa vuoi dirmi davvero?”. La risposta arriva,
in tutto il suo splendore, nell’ultima parte del libro, assolutamente
travolgente nella sua imprevedibilità che pone il tema della morte come
centrale e pone Rachel non più come la classica eroina di romanzo ottocentesco
(vedi Jane Eyre), ma una donna comune, incapace come tutti di tener ferma la
propria vita nel seguire i progetti e gli obiettivi prefissati, sopraffatta e
soverchiata dall’inaspettato (che è la vita stessa) a cui non possiamo che
arrenderci, dolcemente. Il libro esplode, così, bellissimo, in un compiuto
articolato, giocoso e profondissimo in cui Virginia Woolf ci mostra l’essenza
della vita, la morte come compimento della vita, la sciocchezza del trattenerci
invece che lasciarci andare al flusso dei nostri giorni.
Leggere Virginia
Woolf è vivere la vita in ogni sua forma. Il senso di pienezza che si prova
fisicamente leggendo i suoi libri (poco importa se conseguente la frustrazione
per certe letture di certe pagine o di esaltazione per la lettura di certe
altre) è talmente forte che non potrei non consigliarvi: innamoratevi di lei e
se non potete di lei almeno delle sue parole! Innamoratevi persino di questo
primo romanzo perfettamente riuscito e che non ha, seppur nella sua immaturità,
neanche uno dei difetti di tutte le prime volte di certi scrittori d’oggi.