David Foster Wallace
Infinite Jest
Copertina di Infinite Jest di David Foster Wallace
L’ho finito. L’ho letto in tutti i modi che ho trovato [9] e
l’ho finito. Mi sento strana, un sacco, come se niente fosse più come prima o
come quando ti manca l’aria e tipo vai veloce veloce da sott’acqua ed esci e
prendi un sacco di aria e tossisci. Niente è più come prima.
(sms
Marta a Giuseppe, 18 Dicembre 2017)
Una delle mie
attuali ossessioni è contare tutto. Di questo forse dovrebbe parlarne Giuseppe
– che ne ha più coscienza di me - ma ad ogni modo so di aver letto un
quantitativo di libri che sfugge al mio controllo e ai miei conteggi. Libri
belli, libri lunghi, libri senza i quali non posso immaginarmi a vivere
alcunché, libri di cui vergognarsi, libri noiosissimi, libri simpatici, libri
istruttivi. Una smania consumistica che mi ha fatto passare da un libro
all’altro per accrescere il mio egocentrismo culturale – la mia erudizione - e
poter dire “ecco: sono nella cultura, sono nel giusto, sono nell’intelligenza e
nella coscienza critica” in questa smania opprimente di investimento
immaginario secondo cui la libreria è vista come luogo di culto, il libraio
come un santone in quanto sempre nell’inopinabilità, l’oggetto libro come
reliquia e il tempo di lettura come l’unico che valga davvero la pena vivere in
quanto “arricchimento”. È molto difficile scrivere quanto detto “ad alta voce”
perché sono consapevole di stare mettendo in evidenza tutta la mia miseria in
modo assolutamente inassolvibile. E continuo dicendo che quando ero bambina
preferivo stare ferma in un luogo a leggere Roal Dahl piuttosto che mettermi a
giocare con altri bambini. A otto anni lessi Jane Eyre e m’immersi nella
dimensione temporale del romanzo ed ero l’orgoglio dei più, sfoggiandomi come
una me necessariamente staccata dalla realtà e dalla necessità, dunque “più” di
tutti gli altri e di tutto il resto. Quando ero adolescente iniziai a
frequentare le persone che non avevano niente in contrario a parlare con me con
cui parlavo poco perché per parlare e per ascoltare qualcuno prendevo un libro
e col senno di poi io non posso che guardare con una certo disaccordo e
disappunto questo approccio di cui purtroppo la maggior parte dei lettori –
convinti del proprio fondamentale ruolo all’interno della società – non si
rende neanche conto. E forse è anche giusto così.
Per quanto questa
mia consapevolezza sia estremamente fresca, non posso che guardarmi indietro e
comprendere (e contare) tutti quei crash nel mio sistema che hanno interrotto
questo vizioso trastullarsi in se stessi. Il problema reale di questi crash
risiede in quello che una volta disse Deleuze: “[…] quello in cui credo sono gli
incontri. E gli incontri non si fanno con le persone. Si crede sempre che gli
incontri si facciano con le persone, ma è terribile, quello fa parte della
cultura […]. […] gli incontri non si fanno con le persone, ma con le cose:
incontro un quadro, un’aria musicale, una musica. Ecco cosa sono gli incontri”.
E il 12 Dicembre 2017, in una catarsi senza rimedio, scrissi banalmente un post
su Facebook in cui elencai tutti gli incontri che cambiarono il mio quotidiano
(cosa significherebbe d’altronde “Vita”?) e dopo il quale mi è stato
praticamente e fisicamente impossibile leggere per un lasso di tempo
prolungatissimo qualsiasi altra cosa. Scrissi:
In ordine, i motivi per cui No U Turn e
rabbie e dolori sparsi: Fernando Pessoa, Il Libro dell'Inquietudine; Gilles
Deleuze, Differenza e ripetizione; James Joyce,
Ulisse; la Bibbia; Friedrich Nietzsche, Così parlò
Zarathustra; Dante Alighieri, La divina commedia. HO DIMENTICATO
L’ETICA DI SPINOZA!
Quarantanove mesi –
in un totale sezionato in parti ineguali nel tempo – in cui abbandonai la
letteratura (per la vita? per la quiete?). Ma il primo libro di questo elenco
(omesso appositamente nel copiato del post in quanto oggetto di questo
articolo/recensione) il cui incontro ha spazzato via tutto il resto, altri titoli
compresi, è Infinite Jest di
David Foster Wallace.
Un grosso libro vuol dire che il lettore passerà molto tempo a
leggere […]*: 17 mesi, per l’esattezza.
Definire la
struttura di Infinite Jest è
estremamente difficoltoso. La storia (che può essere descritta così solo a
posteriori, in quanto il libro è strutturato in un processo di presentazione
dei fatti dal minuscolo al gigantesco e avvolgente tutto) si sviluppa attorno a
un nucleo centrale, cioè la presenza fantomatica di un film d’intrattenimento -
dal titolo omonimo – “così appassionante e ipnotico da cancellare in un
istante ogni desiderio se non quello di guardarne le immagini all’infinito,
fino alla morte” (come troviamo scritto nella quarta di copertina). Il nucleo
centrale snoda da sé due macrostorie a sé stanti (ma confluenti nel nucleo
stesso): la vita all’interno dell’Eta, un’accademia tennistica agonistica, e la
vita all’interno dell’Ennet, un centro di recupero dalla dipendenza da
qualsiasi sostanza. Di fianco, quasi come collante e rimando continuo tra le
due parti tra loro e tra loro col nucleo, vi è la vita sotto copertura di
coloro che disperatamente cercano Infinite Jest. Da queste due macrostorie (più
appendice) si sviluppano a propria volta davvero non so quante altre storie e
quanti altri racconti, ognuno assolutamente indipendente dagli altri, ma
rientranti necessariamente in un quadro che serve a riportarci - per intreccio,
simbologia, riferimento, citazione - alla propria macrostoria di riferimento o
alla seconda, per sfociare nel nucleo e chiudere un cerchio che ad una prima
lettura sembra non poter aver quadratura. Potremmo persino dire che
l’intrattenimento filmico Infinite Jest sia il cuore di tutto l’apparato libro,
un cuore da cui parte strutturalmente una grande vena e una grande arteria e da
cui le storie si diramano capillarmente ed entro cui ritornano – grazie alle
valvole (le storie sottocopertura) - in un ciclo infinito dal movimento
rotatorio di ripetizione senza il rischio di collasso. O ancora una struttura a
piramide che dalla vetta si dirama sempre più giù, sempre più in basso, dall’“idea filmica” Infinite Jest alla merda che tocchiamo con mano di un dato
tossico cacatosi nelle mutande o alla disperazione di pori dilatati e sudore di
quel giocatore ragazzino. O ancora, potremmo usare la spiegazione
convincentissima tratta da una conversazione del 1996 tra Michael Silverblatt e
l’autore:
M.S.: “Non so come,
esattamente, parlare di questo libro […] ma a volte mi è venuta in mente questa
idea, magari immaginaria, cioè che il libro è scritto in frattali. […] Ho
pensato che il materiale sia presentato in modo da permettere a un argomento di
essere introdotto in piccolo, dopodiché si apre un ventaglio di tematiche, di
altri argomenti, e poi eccoli di nuovo presentati in una seconda forma che
include, anche loro in piccolo, altri argomenti e poi presentati di nuovo come
se quello che viene raccontato fosse…. Non sono molto pratico di questa
scienza, è solo che mi sono detto che i frattali dovevano essere così”
D.F.W.: “Avevo
sentito che sei un lettore in gamba. È una cosa presente a livello strutturale.
In effetti è strutturato come una cosa che si chiama Triangolo di Sierpinski
che è un genere di frattale piramidale anche se a essere strutturata come un
Triangolo di Sierpinski era la bozza che consegnai a Michael [Pitch, editore]
nel 1994 e che ha subito alcuni tagli provvidenziali e mi sa che ne è venuto
fuori un Triangolo di Sierpinski un po’ sbilenco. Ma è interessante, è uno dei
modi strutturali in cui bene o male dovrebbero comporsi”
[…]
M.S.: “[…] mi
sembra che in questo libro - che contiene sia la banalità sia la
straordinarietà di veramente molti tipi di esperienza, oltre alla banalità
dell’esperienza straordinaria … -”
D.F.W.: “E alla
straordinarietà dell’esperienza banale”
M.S.: “… andava
trovato un modo [di organizzarsi] e mi entusiasmava il fatto che fosse
strutturale, che il libro trovasse un modo di organizzarsi capace di farti
sapere. Sono analogie che poi ricorrono in tutto il libro […]”
D.F.W.: “Si tratta
di capire se una cosa è vera o no. […] Voglio dire che molta della struttura
che c’è dentro è più o meno decisa lì per lì a seconda di cosa mi sembrava vero
e cosa no. […] è solo quando arrivi all’incirca a metà [del libro] che secondo
me si comincia a vedere il barlume di una struttura. Poi, certo, il grande
incubo è che la struttura la vedi solamente tu mentre per gli altri è un gran
casino”.
In prima istanza,
arrivati come dice Wallace a metà del libro, è dunque la struttura – oltre alla
grandezza/lunghezza del volume (“I libri grossi sono più una sfida, sono
intimidatori. […] Infinite Jest all’inizio non era pensato per essere così
lungo. Iniziò come una narrazione frammentata, multipla, con alcuni personaggi
principali e […] a un certo punto diventò chiaro che sarebbe stato molto
lungo”*) – a rendere certamente cerebrale e affascinante la lettura. Il fascino
è amplificato dalla presentazione caotica di nomi di sconosciuti che raccontano
la propria personalissima storia di abuso, violenza, aggressione, disperazione,
gioia fittizia, quotidianità spicciola e bellezza in una frammentazione davvero
difficile da digerire e tremendamente spiazzante. Le microstorie scorrono
veloci (nella prima parte del libro) come sangue nei capillari fino a
raggiungere i vasi sempre più grossi, sempre più grossi per arrivare al cuore
(3/4 del libro) e vivere il ricircolo, tornando indietro (fino alla fine del
libro, ricominciando). È questo un movimento che si percepisce non solo
leggendo, ma anche fisicamente: una spinta frenetica, un trascinamento - ecco,
sì - un trascinamento forzato che ostacola la parte dentro di te che continua a
dire NO NO NO BASTA COSì NO NON POSSO LEGGERE PIÙ! E il perché di tutti questi
no - quantomeno all’inizio, perché poi subentra una sorta di rassegnazione e
abbandono totale alla lettura – è non tanto il modo in cui Wallace ironizza gli
avvenimenti, rendendoli ancora più disperati, ma la normalità violenta e la
violenza normalizzata che permea il quotidiano in e di ogni persona che respira
in tutti i qui e in tutti gli adesso del pianeta. Per quanto Wallace abbia
detto come Infinite Jest volesse
essere “qualcosa che avesse la stessa densità mentale dell’America di oggi, una
sorta di gigantesco tsunami di roba che ti travolge”*, questo distacco che
confinerebbe tutto il travolgente agli Stati Uniti è totalmente annullato,
ritrovandoci in una globalizzata impotenza che ci fa rientrare in una
dimensione in cui tutto il descritto “è proprio così” e non potrebbe essere
vissuto altrimenti. Credo sia corretta l’affermazione di David Lipsky secondo
cui “leggere David Foster Wallace era come spalancare gli occhi sul mondo”:
vediamo davvero Kate Gompert a digrignare i denti e provare pietà mai per se
stessa, ma per uno psicotico depresso uguale a lei; vediamo e sentiamo davvero
il respiro di Joelle sul suo velo; sentiamo davvero l’odore acido della sostanza
uscire dai pori di quella prostituta senza denti, per le troppe pipe fumate,
che partorisce il suo bambino morto che porterà sempre attaccato a sé e che
puzzerà nella sua graduale decomposizione sotto il sole cocente dell’estate.
“[…]ho provato una specie di … non lo so … tenerezza nei confronti dei
personaggi e il narratore per lo straordinario sforzo impiegato a scriverlo.
Non sembrava una difficoltà fine a se stessa. Sembrava come una difficoltà
immensa ben spesa perché c’era qualcosa di importante da dire riguardo alla
difficoltà di essere umani. Aveva bisogno di essere triste e non c’erano altre
vie per raccontare ciò” (Michael Silverblatt).
Potrei scrivere
moltissimo sull’intreccio della storia, sulla personalità dei personaggi, sui
nove modi possibili per leggere questo libro, sulla voluta assenza di
narrazioni sessuali (due sole eccezioni) ad evidenziare un’impossibilità
empatica nel controsenso per cui raccontare una storia a persone troppo
prese a narrare se stesse rende ogni narrazione puro fiato. Potrei parlare
delle note (la più lunga è di 19 pagine) o potrei incentrarmi sulle specifiche
pedantesche e maniacali di ogni farmaco/sostanza riportati nel volume o la
precisione di Wallace nella descrizione degli stati emotivi verbali di alcuni personaggi
[es. Hal Incadenza: pag.3: siedo _ pag.1023: ero _ pag.1039:
camminai _ pag.1076: stavo _ pag.1089: forse sonnecchiai / forse avevo
sonnecchiato / pensai _ pag.1130: .... _ pag.1140-41:
ricordavo/ricordo/ricordavo]. Non lo farò. Leggerlo?
Infinite Jest è un libro geniale non tanto per gli
elementi descritti, non solo per gli elementi non descritti, non esclusivamente
per questa enorme fatica dell’autore. Credo che lo sia perché davanti al Povero
Tony (il personaggio che ho amato di più non solo per la sua storia, per la
descrizione, ma soprattutto per il modo in cui è perennemente inserito in tutto
il testo) e alla sua disperazione così lontana dalla mia io non posso far altro
che zittirmi. Non si ride. Non si piange. Qualche volta un ghigno. Ma è il
silenzio a caratterizzare ogni pagina, questo silenzio invadente, questa
tenerezza sconcertante che elimina la possibilità di giudicare anche l’atto più
meschino, anche la situazione più repellente, a favore di una nuda
consapevolezza della miseria mia, tua, di tutti loro, di tutti noi.
“Un libro per tutti e per nessuno” è questo Infinite Jest che non lascia tregua, ti
fracassa il cranio e spezza il cuore. Non leggetelo. Fatelo per voi. Perché
dopo non si torna indietro. A meno che non accettiate la possibilità di non
leggere alcunché, dopo, continuando a vivere questo silenzio, almeno per un
po’.
* THE END OF THE TOUR (tratto dal libro intervista di
David Lipsky a David Foster Wallace)
*Charlie Rose
intervista Wallace