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Sono una porca 



Quando m’ha stuprata gliel’ho detto io che ero una porca. Gli ho detto che porche come me non ce n’erano. Gli ho detto che io glielo facevo venire duro solo guardandolo. Che io glielo facevo venire duro anche con la collanina di pasta da bambina. Perché io lo faccio venire duro a tutti. E infatti quando siamo arrivati di pomeriggio allo studio di suo padre lui ce l’aveva duro. Duro e con un’erezione del cazzo a forma di banana. Faceva schifo. Il primo cazzo che vedevo era a forma di banana e pendeva verso destra. O verso sinistra. Non era dritto, comunque. E odorava forte. Faceva schifo. Per quattro mesi mi ha portato in quella stanza e lo stronzo, quando gli viene duro, pensa sempre a me pure ora;  si scopò anche Sonia in quella stanza e mentre se la scopava diceva: “io qua mi ci scopavo l’amica tua” e Sonia poi me lo diceva e io e Sonia litigavamo e io piangevo perché m’ha fatto male quando l’ho capito. Prima no.  Prima non l’avevo capito mai. Io però mica l’ho mai detto che gli dicevo che glielo avrei fatto venire duro solo a sfiorarlo. Io non l’ho detto a nessuno che m’ha stuprata per quattro mesi. Muta. L’hai voluto fare venire duro a uno? Allora stai zitta e succhialo. Zitta. Muta devi stare. E succhialo. Non così, lo devi fare accussì, sì, accussì, dai. Minchia che sei brava accussì te l’appigghiari. Accussè. Suca. Suca! E io zitta stavo. Pompini tutto il giorno. Le mutande strappate solo la prima volta. La collana strappata solo la prima volta. Abbiamo raccolto pastina da terra per quattro mesi. Per quattro mesi le lenzuola che puzzavano di mestruazioni e sangue perché lui mi scopava forte e io a buttare sangue. Oggi domani dopodomani a buttare sangue. Ma l’avevo detto io che glielo avrei fatto diventare duro. Io a tutti lo faccio diventare duro pure ora. E lui duro ce l’aveva e me lo ficcava nel culo fino a farmi uscire le emorroidi, me lo ficcava ovunque fino a farmi buttare sangue. Muta devi stare. Zitta. E allora zitta. Sto zitta. C’avevo 13 anni e sono stata zitta. Pure in macchina con i miei mi facevo masturbare. Non sentivo niente e a lui piaceva che guardassero. Molti litigi. I preservativi in camera di mia madre li raccoglieva Rosalia. Ma io niente. Niente sentivo. Non parlavo e niente dicevo. Solo pompini. Pompini. Un sacco di pompini. Fare pompini. Pompini a tutti. A Lui per quattro mesi, a S per quattro anni, a C sul tetto del villaggio e sul prato di fronte casa alle 5 di mattina, a M per 15 anni più o meno una volta l’anno magari due, ad A alla festa di S e c’aveva il sapore buono. A S, a P, a G, ad A, a R, a F, a F e ancora. E ancora. I pompini di tutti mi ricordo. Puttana. Di tutti. A G. A G: com’era la formula? Pompini, pulirgli la casa, fargli la spesa. Quanto gli devi a G? 1050 euro di pompini pulizie e spesa arretrate e bollette e cose comprate a metà: il materasso su cui fare i pompini, ad esempio. E mi piaceva? Sì che mi piaceva! Mi piaceva scopare la notte. Mi piaceva scopare di giorno. Mi piaceva che se piangevo mi abbracciava. Mi piaceva che mangiavo mai da sola. Mi piaceva aspettare qualcuno. Mi piaceva per una volta sentirmi leggera leggera e fare un puzzle, guardare la tv, mangiare con le mani, farsi la doccia insieme, scaricare un film, i videogiochi, i pigiami brutti, gli amici a cena, cucinare insieme, dormire insieme, svegliarsi e raccontarsi i sogni, svegliarsi e sorridere, svegliarsi e coprirsi la faccia per l’alito brutto, cambiare le lenzuola, comprare il maglione nuovo, comprare un libro nuovo, baciarsi per strada, baciarsi tanto per strada, ridere per strada, toccarsi per strada, mangiare il gelato per strada, fare la pipì per strada, bere la cocacola per strada, addormentarsi in macchina, baciarsi in macchina, levarsi le scarpe in macchina. Lamentarsi. Lamentarsi spesso. Lamentarsi a turno. Lamentarsi. Ogni tanto litigare. Prevedere le battute, sapere tutte le storie, raccontare tutti gli aneddoti. Gli occhi stanchi prima di dormire e gli occhi allegri appena svegli. Le foto. Tante foto. Un mucchio di foto. Ridere. Sentirsi a casa. Odore di casa. Corpo casa. Abbracci casa. Voce casa. Tutto casa. Un estraneo che diventa casa e uno non sa nemmeno perché. Poi però ci pensi e pensi alla fatica e allora dici che te la sei conquistata la casa e che è bella. Mi mancano queste cose? Sì? Me ne devo vergognare? Chi se ne importa se tanto nessuno più è casa e io voglio la casa?