Rebecca Solnit
Ricordi della mia inesistenza
Copertina di Ricordi della mia inesistenza di Rebecca Solnit
Possiamo giudicare il grado di femminismo di una donna?
Possiamo, sentendoci “pure” e sulla “retta via” del femminismo, reputare una donna che porta avanti una sua battaglia (personale e di tutte) non adeguata alla sua pratica quotidiana?
Leggendo libri di donne femministe americane ho sempre molta difficoltà a rimanere fedele a una linea di non giudizio personalistico, ma è quello che provo, man mano che leggo e scrivo di vite e prassi di altre donne che come me, contemporaneamente a me e prima di me hanno affrontato le mie stesse problematicità legate alla questione femminile.
Rebecca Solnit è una femminista e attivista ambientalista, scrittrice e critica d’arte.
È da poco stata pubblicata (2021) la sua autobiografia, per la casa editrice Ponte alle Grazie.
Conosciuta soprattutto per aver usato il termine “mansplainig” (con il testo “Gli uomini mi spiegano le cose”), Solnit ci racconta una vita d’avventura entro e fuori i suoi stati emotivi.
Molta autobiografia riguarda il suo rapporto con il lavoro, con la critica d’arte, con gli spazi da lei abitati e i viaggi da lei compiuti. Interessanti sono gli incontri della sua vita (per quanto contesto l’uso de “i gay”, continuamente ripetuto nel testo, senza riferimenti a nomi: i gay, come categoria vuota e depersonalizzante) e le bizzarrie del suo vestiario finemente descritto.
Filo conduttore di ogni parte citata è la questione femminile in ognuno di questi ambiti: rapporti-lavoro-quotidiano. Solnit parte dall’assunto che
essere una giovane donna significa affrontare il proprio annichilimento in innumerevoli modi, cercare di sfuggirgli e di sfuggire alla consapevolezza di esso, o alle due cose insieme (p.8).
Vi è un tentativo, soprattutto nella prima parte del libro, di raccontare nel modo più lucido possibile la situazione che qualsiasi donna vive quotidianamente:
La mia amica Heather mi ha fatto notare che le giovani donne sono costrette a non smettere mai di immaginare il proprio assassinio. A partire dall’infanzia ci insegnano a non fare delle cose: non andare là, non lavorare là, non uscire a quest’ora, non rivolgere la parola a quelle persone, non vestire a quel modo, non bere quella cosa; a lasciar perdere l’avventurosità, l’indipendenza, la solitudine; rinunciare a tutto era l’unico modo per salvarsi dal macello (p.49) […].
Interi eserciti di donne venivano uccise nei film, nei romanzi, nelle canzoni e nel mondo reale, e ogni morte era una piccola ferita, un piccolo peso, un piccolo messaggio che diceva che la morta avrei potuto essere io (p.51).
È vero.
Come è vero anche che Solnit è una donna bianca che racconta e, per quanto dica la sua personale esperienza, la sua pretesa di estenderla all’universo totale femminile cade in troppe falle. La sua presunzione di essere voce per le donne diventa quasi gretta davanti alla considerazione della sua non intersezionalità, con tutta quell’aria di femminismo decoloniale – che non è citato nel libro. Di fatto il libro di Solnit si pone come l’ennesimo libro di una femminista bianca e borghese che tenta di dare sfogo all’ avvilimento che la sua condizione di genere ha causato nella sua vita (e nessuno mette in dubbio questo aspetto) escludendo però dal suo tentativo di universalismo tutti quei femminismi non bianchi, non coloniali, non borghesi, di cui siamo pregni.
Per riprendere Vergès e il suo “Un femminismo decoloniale” (edito da Ombre Corte), “una femminista non [dovrebbe] pretendere la teoria di possedere LA teoria e IL metodo, ma cercare di essere trasversale” e noi come donne bianche dovremmo smorzare la nostra presunzione di parlare per tutte, ricordandoci che la non intersezionalità con il femminismo decoloniale ci fa perdere di vista problematiche quali “cattura, deportazione, vendita, traffico, tortura, negazione dei legami sociali e familiari, stupro, sfinimento, razzismo” (p. 41 Vergès).
Noi donne bianche europee e americane dovremmo e potremmo avere meno pretese rispetto a un dire colonizzatore universalistico che faccia il punto sul sentire di tutte le donne, ripensando in chiave – appunto – trasversale e intersezionale le questioni femminili e femministe.
Forse consiglio la lettura di “Ricordi della mia inesistenza” solo per questo: per capire come non essere LA femminista e per ricominciare a proporci come comunità che lotta e lavora insieme.
Pubblicato l’11 aprile 2021.