Nicola Ravera Rafele
Il senso della lotta




Copertina di Il senso della lotta di Nicola Ravera Rafele


Tempo fa parlai - con il qualcuno della mia quotidianità - dell’amore:

“Io sono innamorata di lui e proprio non lo so dire perché, non te lo so raccontare, non so trovare le parole giuste per capire cosa effettivamente mi faccia sentire e vivere questo”

“E per fortuna! Che se tutte le parole venissero fuori, se razionalizzassi il tuo sentimento, se lo sapessi ‘dire’ questo sentimento, allora forse avresti smesso di amare”


Non capisco perché - (non è vero, in realtà lo capisco) - ma quando si ama un libro, proprio come una persona, (per la sua struttura, per la storia, per le parole, per tutto quello che non viene detto ma compreso ugualmente) è difficile parlarne. Il pensiero non si fa affatto profondo, sfugge. Rimangono a galla moltissime banalità. Banalità, tra l’altro, che non voglio cogliere solo per dirvi “oh, che libro eccezionale!”. Credo che parlare de “Il senso della lotta” di Nicola Ravera Rafele (edito Fandango Libri) sia un po’ come tradirlo: questo libro parla per se stesso in un modo talmente evidente e completo che ogni mia parola in più lo offenderebbe. Ed è un pensiero davvero serio, il mio, a riguardo. Nessuna enfasi. La semplicità è condicio prima: parlare con parole asciutte e chiare di qualcosa di difficile come l’utopia rivoluzionaria, il terrorismo, l’abbandono, la bugia, la distruzione vi può dare una ragione sufficiente per andare immediatamente in libreria e toccare con mano la copertina bellissima firmata Luigi Ghirri. Fatelo vostro, vi prego e – davvero – non voglio dire nulla di più e mi limiterò a dire che è certamente questo il vincitore (purtroppo non ufficiale) del Premio Strega 2017, ingiustamente tralasciato a favore di libri di opinabile solidità strutturale, tematica, contenutistica.

Vi lascio alle parole dello scrittore, intervistato da Rai Letteratura, da cui ho tratto le citazioni che qui riporterò per informarvi sul perché è nato questo libro. Per tutto il resto, leggetelo e abbandonatevi alla storia di Tommaso (38 anni, giornalista) che stravolge la sua vita per ricomporre se stesso alla luce delle verità apprese sulla morte dei sui genitori (terroristi), riportando in vita anche loro, nella memoria e nella storia, a svantaggio dei misfatti e della vita comoda, “nicchia calda” , che cela quella verità al quale Tommaso si aggrapperà disperato a discapito di tutto.

“Tommaso scopre a un certo punto di non sapere tutta la verità sui suoi genitori: […] la sua vita poteva anche non andare completamente a pezzi su una scoperta del genere […]. […] Perché crolla in questo modo? Perché la nicchia che si era costruito era una specie di cuccia calda, era in realtà una quinta teatrale […]. […] ho la sensazione che sia un po’ una tendenza della mia generazione: […] questo enorme indistinto in cui viviamo, questo mondo diventato così faticoso da leggere, dov’è così faticoso trovare un proprio posto e sopravvivere [che] ci ha un po’ costretti ad arretrare, a perdere terreno. Ci siamo spesso accontentati di costruirci – appunto – delle nicchie che ci contenessero senza andare a vedere cosa c’era al di là, perdendo proprio una parte di quel rapporto col sogno, con l’utopia che era stata la caratteristica più forte della generazione dei nostri padri”.

“Quando ho cominciato a scrivere questo romanzo, o meglio quando ho cominciato a costruire la storia, avevo un problema stilistico […] legato al contenuto. Dovevo portare il mio protagonista [Tommaso] a scoprire e a far scoprire al lettore una storia in parte avvenuta trent’anni fa. Allora […] – visto che non volevo che fosse una giustapposizione – […] volevo che Tommaso scoprisse le cose con noi e ci portasse dentro. […] l’unico modo che ho trovato è stato [creare] un collage, cioè portarlo attraverso persone che incontra, pagine di diario, giornali - qualunque cosa – dentro, piano piano, alla storia. […] L’altra scelta forte che ho fatto è quella del presente storico. Il libro fa avanti e indietro dal passato al presente: avevo molta paura di appesantire la narrazione che era ricca […] di eventi, storie da raccontare. […] certe volte recuperavo Michele e Alice negli anni ’70 e raccontavo una parte successa tra l’ultima volta che li avevo visti prima e quando li ritrovavo e lì, fossi andati al passato remoto, avrei rischiato di incartarmi in una quantità di trapassati […]. Volevo evitare, data la complessità della struttura, di affaticare il lettore con una pagina troppo pesante”.

“Mi interessava, in questo romanzo, raccontare il passaggio dalla linea d’ombra verso l’età adulta di due generazioni così diverse. Quella dei padri, quella della generazione degli anni ’60 e ’70 è un passaggio verso l’età adulta […] con troppe parole, infestato di mitologia […]; dall’altra parte c’è il diventare grande di Tommaso, un trentottenne di oggi: per lui diventare grande è un percorso verso la verità, verso la demistificazione, come se crescere fosse progressivamente far aderire il vero sé a quello che ci si è raccontati, ed è un percorso di crescita completamente antieroico, a differenza di quello dei genitori, tutto ripiegato verso la riflessione su se stessi e sul proprio posto nel mondo”.