Marina Premoli
Questa è già la mia vita
Copertina di Questa è già la mia vita di Marina Premoli
L’idea – tutta teorica, tutta nostra – è di essere il braccio armato dei movimenti di lotta, nelle varie istanze sociali, giustizia, repressione, sanità. Ancora una volta l’ideologia giustifica tutto. La violenza, gli attentati, anche omicidi, vengono visti come un fiore rivoluzionario all’occhiello della propaganda per attirare nuovi soggetti alla causa.
Nella disinformazione propagandistica degli anni ’60 e ’70, che è arrivata fino ad oggi, confondiamo quelle che sono le dinamiche fasciste e le dinamiche comuniste. Si confonde, dunque, anche quello che è stato il terrorismo di destra, volto a consumare la collettività civile, dal terrorismo di gruppi come le brigate rosse, che si scagliavano su un singolo, portatore di una ideologia malsana: capitalistica, patriarcale, imprenditoriale.
Il terrorismo, dunque, non è mai lo stesso.
E mai le stesse sono le lotte. Comprese e soprattutto quelle femministe.
Ho letto questo strano libro di Marina Premoli.
La Premoli è una donna nata nell’intellighenzia borghese, ospite dei migliori salotti italiani degli intellettuali del suo tempo. Per amore ha fatto politica. Per amore è diventata una terrorista. I suoi problemi con l’alcolismo non le hanno fatto probabilmente pensare a sufficienza al pericolo in cui stava incorrendo, proprio in quanto non convinta della causa. L’amore, d’altronde, non è una causa sufficiente per fare politica; o, quantomeno, deve essere necessariamente accompagnato dallo studio, dall’impegno, dal pensiero, dalla collettività.
Premoli, con la sua vita agiata, ha potuto fare a meno di sottoporsi a tutti quei pensamenti che portano necessariamente una persona a diventare in un certo senso adulta nel mondo dei non adulti. La malattia – così la considero – dell’alcolismo è l’aspetto più interessante della sua vicenda perché vera, intensa, descritta nel profondo, benissimo, appassionatamente, molto più che tutto il resto, il cui sforzo per uscirne trapela ad ogni riga del testo.
L’autobiografia si snoda, così, tra i ricordi di bambina agiata, con una interessante messa a fuoco della matriarcalità familiare: le nonne, la mamma, le figure femminili. Figure femminili che ritorneranno ai tempi del suo arresto, quando verrà incarcerata come terrorista di PL. È, dunque, un racconto al femminile e all’uomo è riservato il ruolo di amatore a tutto spiano o di ideologo da quattro soldi. Forse il suo era un tentativo di contestazione della figura maschile in genere, ma ne risulta invece la fatica del correr dietro a certi parametri normativi di accettazione e un’adozione di integrazione amorosa che, ad oggi, non possiamo più accettare.
Il libro credo sia utile da leggere, e per questo lo consiglio, non soltanto perché è sempre un buon strumento leggere le autobiografie delle persone (soprattutto delle donne, che non hanno avuto voce per centinaia di anni, ed è per questo che tutte le recensioni di questa rubrica per il 2021 si incentreranno proprio sulle autobiografie); anche perché le donne che portano avanti la propria lotta devono necessariamente fare i conti con quelle che sono state le esperienze delle donne che hanno creato di fatto il mito sessantottino.
Cosa rimane oggi di quella favola?
È una favola per davvero?
No. La realtà non può essere sottaciuta dagli occhi severi della storia che si fa facendo.
Da donna non posso nascondermi l’importanza che persone anche come Premoli hanno avuto in quegli strani decenni per farci comprendere meglio, oggi, come si può e si deve fare lotta, senza cadere negli stereotipi abusati negli anni ’70.
Per questo reputo corretto affermare che non possiamo più accettare, come ha accettato la Premoli per troppi anni, di essere le compagne di qualcuno. Non possiamo più accettare di non avere una sufficiente istruzione per parlare e fare politica. Non possiamo più accettare che il confronto con l’uomo sia sempre necessario. Esistono delle dinamiche femminili, esistono delle dinamiche che solo chi è o chi si sente donna può sapere. E la relazione con il patriarcato, e dunque con le istituzioni totali e dunque statali, deve passare dal rapporto con l’uomo solo ed esclusivamente se prima facciamo i conti con la nostra vergogna, con il nostro parlare, con i nostri pensieri, col nostro corpo, col nostro modo di essere sorelle, col nostro modo di guardare alla lotta con costanza e prassi quotidiana che non si risolve in una manifestazione.
È possibile oggi che il nostro impegno non sia circostanziale a una vita slegata dalla prassi, una vita che non pensa al proprio posizionamento nel mondo come donne, ma che sia intriso di pensiero e di determinazione, per far sì che si possano scrivere autobiografie ed esperienze che non umilino più le nostre intelligenze, né, tantomeno, che vogliano passare per esempio.
Che la lotta sia il modus vivendi delle nostre vite e non l’esempio di una vita sbagliata.
Pubblicato il 9 febbraio 2021