A Venezia nasce NITA: il nuovo spazio indipendente debutta con una mostra sui denti



Nasce a Venezia NITA, nuovo spazio indipendente dedicato alla ricerca artistica e curatoriale. La prima mostra usa i denti per riflettere su corpo, linguaggio, classe e memoria. Ne parliamo con le fondatrici e con uno degli artisti.



Aprire uno spazio d’arte indipendente oggi ha un’importanza che va oltre l’esposizione di opere spesso di nicchia. In un contesto in cui il sistema dell’arte è guidato da logiche di mercato, uno spazio indipendente può diventare luogo di sperimentazione, dialogo e costruzione di comunità. Può offrire agli artisti emergenti la possibilità di esporre senza dover necessariamente alle richieste commerciali di una galleria tradizionale, favorendo la ricerca e la contaminazione tra discipline, creando inoltre occasione di incontro partecipato e non solo un prodotto da consumare.
È questo il caso di Nita, un nuovo spazio veneziano al quale abbiamo rivolto qualche domanda.


Come e quando nasce NITA? Quale gruppo l’ha fondato?

NITA nasce nei primi giorni di luglio 2026, in un piccolo spazio affacciato su una calle che conduce in Via Giuseppe Garibaldi, a Venezia. Il nome è un riferimento ad Anita Garibaldi (Morrinhos, 1821 – Mandriole di Ravenna, 1849), figura rivoluzionaria che la storia istituzionale ha spesso relegato ai margini: una presenza che abbiamo scelto di recuperare come simbolo di determinazione e della possibilità di riscrivere le narrazioni. Attraversando battaglie e racconti l’abbiamo immaginata a cavallo della laguna, immagine che è diventata il nostro logo.
A fondare NITA siamo state in quattro: Vittoria Colagiovanni, Costanza De Maria, Yasmine El Hafidi e Livia Zavatarelli. Pur provenendo da percorsi di studio e professionali differenti, condividiamo l’esigenza di costruire uno spazio capace di dare forma concreta alle idee e alle ricerche che ci accomunano, sviluppando una progettualità che riflette lo sguardo e le urgenze della nostra generazione.
NITA nasce con l’intento di sviluppare una linea di ricerca curatoriale ed editoriale che affronti questioni contemporanee, inevitabilmente politiche e sociali, attraverso l’arte come strumento di riflessione e confronto. Per noi aprire uno spazio indipendente significa assumersi la responsabilità di prendere posizione e contribuire attivamente al dibattito culturale.
Farlo a Venezia rappresenta una sfida ulteriore. La città ospita una straordinaria concentrazione di istituzioni, gallerie e iniziative dedicate all’arte contemporanea: un panorama ricchissimo, ma anche saturo. In questo contesto abbiamo sentito la necessità di costruire un luogo che rispecchiasse il nostro modo di lavorare: uno spazio in cui sperimentare, collaborare e sviluppare progetti che nascano da una ricerca condivisa e aperta al dialogo, con l’ambizione di contribuire in modo autentico al panorama culturale della città. Il progetto nasce anche grazie al sostegno dell’Associazione Culturale no-profit vittoriiiə, fondata nel 2024 proprio da Vittoria e il collega Giovanni Vittorio Binotto.


Come avete strutturato questa collettiva? Perché avete invitato proprio questi artisti? Qual era l’idea di fondo?

Vittoria Colagiovanni e Yasmine El Hafidi, curatrici di aaAAh (17 luglio – 16 settembre 2026), si sono conosciute alla School for Curatorial Studies di Venezia. Tra unostudio visit e l’altro hanno iniziato a delineare l’impianto tematico e curatoriale della prima mostra di NITA. Fin dai primi confronti, il tema dei denti continuava a riaffiorare, insieme al desiderio di affrontarlo al di fuori della dimensione puramente biologica a cui è normalmente associato.
L’idea alla base della mostra prende forma a partire dal processo di dentizione, che accompagna l’intero ciclo della vita e, tra perdita e trasformazione, diventa testimonianza di dinamiche politiche, sociali ed economiche. Dopo mesi di riflessione, abbiamo riconosciuto nell’immagine dei denti un modo per parlare di favole (Tarico Anniina Stodolsky, Punk Angel, 2026 e Sebastiano Zafonte, Another Day in Paradise, 2026), privilegio, ricchezza e apparenza (Alessandro Frau, Social Media, 2025), perdita (Sofia Botter, La prima perdita, 2026), ‘penetrazione’ (Anouk Noée, La bouche et l’orifice, 2026), digestione (Fanfan Zhou, Teeeeth, 2022), linguaggio (Luca Benigni, Strumenti per inibire l’uso di bugie, 2025) e salute (Davide Paolini, Untitled, 2025-2026).
La mostra aaAAh si sviluppa quindi come un’indagine polifonica. Il titolo, volutamente onomatopeico, richiama un suono che precede la parola e annulla le differenze linguistiche. In questa cornice, ciascun artista è stato invitato a confrontarsi, attraverso la propria opera, con una delle questioni emerse durante la ricerca. Le opere dialogano così con le domande del testo curatoriale, attraverso le quali, insieme agli artisti, ci auguriamo di invitare il pubblico a guardarsi dentro, oltre la barriera dei denti.

Quando hai perso il primo dentino? Hai trovato dei soldi sotto il cuscino?
Quante carie hai avuto? Tutte curate?
Che sapore hanno le bugie? Sono amare? Dolci?
Qualcuno ha mai masticato per te? Cibo? Parole? Idee?
Vorresti anche tu un dente d’oro? E dei grillz di diamanti? In bocca sarebbero al sicuro?
Peggio la morte o il mal di denti?
Hai mai urlato fino a spaccarli?


Come dialogano le opere che avete selezionato?

In un’epoca in cui i denti perfetti e allineati sono diventati un lusso accessibile a pochi, il sorriso si trasforma in uno spietato indicatore di classe. A partire da questa e da altre riflessioni emerse durante la ricerca, abbiamo individuato diverse linee tematiche e cercato artiste e artisti le cui pratiche fossero in grado di dialogare con le questioni che volevamo affrontare.
L’obiettivo era costruire una costellazione di prospettive differenti, e per noi è stato fondamentale costruire un dialogo non soltanto tra le opere, ma anche con lo spazio che le ospita. NITA nasce in un luogo che non era stato pensato come spazio espositivo: appropriarsi del pianerottolo, delle scale e degli ambienti di passaggio è diventato parte integrante del progetto curatoriale. Lo spazio non è un semplice contenitore, ma un elemento attivo della mostra, capace di orientare le relazioni tra le opere e l'esperienza del pubblico.


Che ruolo ha Sebastiano Zafonte all’interno della collettiva?

Volevamo aprire e chiudere il percorso di mostra con il tema della favola, in modo circolare. La fatina dei denti c’era già, invece mancava il topolino. Abbiamo subito pensato al lavoro di Sebastiano Zafonte, che abbiamo conosciuto durante uno studio visit a LamaFarfalla, studio space condiviso d’artisti a Venezia. Confrontandoci con lui, abbiamo parlato dei denti come protagonisti di favole antiche e di sogni, ma anche di specismo - un input prezioso che abbiamo accolto con interesse.
Sebastiano ci ha mostrato le sue opere che meglio potevano funzionare con la tematica proposta per poi ritrovarci a discutere riguardo la possibilità di creare un’installazione site specific. E così, adesso la mostra termina proprio con la morte del topolino dei denti (Sebastiano Zafonte, Another Day in Paradise, 2026), metafora della morte dell’immaginario infantile. Il topo, realizzato con i capelli dell’artista, è annegato in un liquido sporco che ristagnerà, per i due mesi di apertura, in un lavandino tipico di una casa qualsiasi, con uno spazzolino appoggiato al lato del rubinetto. Il ricordo dei denti da lavare –  almeno –  al mattino e alla sera, sta solo in una stanca diapositiva, incastrata nella plastica sciolta dello spazzolino ormai inutilizzabile.

Sebastiano Zafonte a nostro avviso è il miglior artista della mostra e un grande artista che ha fatto della ricerca in cui interessano proprio i metodi di rappresentazione che si hanno dell’animale che – appunto – è una ricerca che continua da sempre, racchiudendo poi alcune delle storie che magari sono più vicine a quelle della dimensione umana. Abbiamo parlato con Zafonte in merito all’opera di Nita, “Another Day in Paradise”, 2026


Cosa ti ha spinto a partecipare a questa collettiva?

Sono stato invitato da Vittoria e Yasmine dopo una visita nel mio studio. In quell’occasione mi hanno raccontato del progetto di NITA, gli obiettivi alla base dello spazio e il concept della mostra. Mi ha colpito la chiarezza con cui avevano già definito la loro visione e la determinazione a dare vita a una nuova realtà indipendente a Venezia. Ho accettato con piacere anche perché mi è capitato spesso di collaborare con spazi indipendenti, e sono contesti in cui mi sento particolarmente a mio agio. Di queste realtà apprezzo la capacità di creare relazioni e occasioni di confronto, sostenendo pratiche emergenti e permettendo ad artisti, curatori e pubblico di crescere insieme e di costruire una scena contemporanea viva. Penso che luoghi del genere siano fondamentali perché offrono la possibilità di sperimentare e di assumersi dei rischi, infatti gli spazi indipendenti spesso e volentieri non nascono da un'esigenza di mercato, ma da un'urgenza culturale.


Com'è nata l’idea di quest’opera?

L’opera nasce innanzitutto da un ricordo personale. Essendo cresciuto in campagna, mi è capitato più volte di imbattermi in topi morti affogati dentro secchi, abbeveratoi o cisterne. È un’immagine che appartiene alla mia esperienza e, con il tempo, è rimasta sedimentata. Mi interessava però spostare quell’immagine in un contesto più domestico e urbano. Il topo conserva la sua natura selvatica, ma è anche uno degli animali che più di altri ha imparato a convivere con l’uomo, diventando parte del nostro quotidiano pur continuando a essere percepito come un intruso, qualcosa da eliminare. A partire dal concept della mostra, ho deciso di trasformarlo nel topolino dei denti, privandolo però della sua dimensione fiabesca. Volevo prendere una figura appartenente all’immaginario collettivo e sottoporla a un processo di risemantizzazione, prendere un’immagine che tutti conosciamo e spostarla leggermente dal suo contesto abituale. Basta una piccola alterazione perché inizi a raccontare qualcos’altro.


Hai tirato fuori dal buco il topo di Cattelan e l’hai ammazzato, perché?

I riferimenti a Cattelan che si possono leggere in questo lavoro sono in realtà molteplici. Penso a opere come gli Untitled (Mouse House), a cui immagino tu faccia riferimento, con le sue porticine a misura di topo, o ai topolini imbalsamati sulle sdraio; ma anche a Bidibidobidiboo, lo scoiattolo suicida in cucina, e a Daddy Daddy, il Pinocchio annegato in una piscina. Confrontarsi con la storia dell’arte, anche quella più recente, è sempre una sfida: non tanto decidere se farlo o meno, quanto capire con quale consapevolezza farlo. Più che uccidere il topo di Cattelan, credo di aver instaurato un dialogo con un immaginario che anche lui ha contribuito a costruire. Il mio interesse, però, prende una direzione diversa. Se Cattelan tende a spingere immagini appartenenti all'immaginario collettivo fino a renderle spiazzanti, quasi parodiche, io cerco invece di riportarle a una dimensione più intima, quotidiana ed esistenziale.


Qual è il tuo pensiero dell’opera?

Credo che quest’opera parli soprattutto del modo in cui guardiamo le cose. Mi interessa prendere immagini o luoghi familiari e sottoporli a un piccolo slittamento, quel tanto che basta perché diventino improvvisamente ambigui. Non cerco di inventare mondi fantastici, ma di incrinare la realtà. Il bagno è uno degli spazi più intimi della casa, un luogo dedicato alla cura del corpo e all’igiene: inserire lì un topo morto significa ribaltarne la funzione senza modificarne la struttura. Così facendo, quella porzione di bagno diventa un luogo sospeso tra ciò che è residuo e memoria. Inoltre, mi piace che l’opera non si riveli tutta in una volta. Il primo pensiero potrebbe essere semplicemente: “Perché c'è un topo morto nel lavabo?”, solo dopo, avvicinandosi, si scopre che il suo pelo è in realtà composto da capelli umani, che sul bordo c’è la diapositiva di un dente e che quell’immagine, apparentemente immediata, continua a cambiare. Il mio obbiettivo è costruire opere che non si esauriscano in una prima lettura, ma che continuino a trasformarsi insieme allo sguardo di chi le osserva. Sicuramente, mi piacerebbe che questo lavoro non rimanesse un episodio isolato, ma che il topo diventasse una presenza ricorrente. Immagino di collocare questi topi in spazi, situazioni e ambienti sempre diversi, talvolta all’interno di un lavandino, di una vasca o di un bidet, come se fossero sempre stati lì. Non tanto per l’effetto sorpresa, quanto per insinuare un dubbio nello spettatore: che anche gli spazi che consideriamo più familiari non siano mai completamente nostri. Il topo diventa così una sorta di inquilino indesiderato, una presenza che incrina l’idea della casa come luogo perfettamente controllato e protetto. In fondo credo che funzioni anche come i ricordi: continuano ad abitare i nostri spazi interiori, riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo, e modificano, anche solo per un istante, il modo in cui percepiamo il mondo.

L’importanza di Zafonte, a nostro avviso, risiede nella capacità di sperimentazione dell’installazione che usa per riflettere sul rapporto, specificatamente, tra essere umano e dimensione animale. Sulla natura, dunque.

È una mostra che consigliamo di vedere, per la freschezza dello spazio e per la sua dimensione immersiva.

Pubblicato il 3 agosto 2026