Desmond Morris
In Posa. L’arte e il linguaggio del corpo
Copertina di In Posa. L’arte e il linguaggio del corpo di Desmond Morris, Johan&Levi Editore, pp. 320, 32€
Morris scrive un libro che ci aiuta a guardare i particolari che normalmente ci sfuggono in un’opera.
Non ricordo chi disse o dove lessi che davanti a un’opera stiamo circa 30 secondi e poi andiamo via, cambiamo. Ho sperimentato, andando alle mostre, sia le temporanee che le permanenti, sia quelle in galleria che nei musei, che forse 30 secondi sono addirittura troppi. Davanti ad alcuni lavori sto meno, molto meno (com’è normale che davanti ad alcuni sto di più, molto di più).
L’importanza del volume di Morris dunque consiste in questo: che ci costringe ad una visione dell’opera (certo, su carta, ma in potenza esercizio per il vero) dettagliata, intima, che perdura in un tempo più lungo del lampo.
“In posa” si divide in capitoli: Saluti, Benedizioni, Status, Insulti, Minacce, Sofferenza, Autodifesa, Erotismo, Riposo. I paragrafi di ogni parte sono molti di più e per ognuno una serie di esempi che attingono non solo dall’arte moderna, ma a tutta la storia dell’arte, ahimè però quella canonica occidentale, bianca, maschile, istruita, cis. Solo qualche eccezione che si conta sulle punte delle dita di una mano.
La visione vuole essere panoramica, ma è certamente vincolata al canone, appunto, che però forse bisogna conoscere fino in fondo e in modo dettagliato prima di passare all’ampliamento della storia. Sono proprio sicura di quello che sto dicendo? No, di certo. Ma credo sia il tentativo dello studioso: fermarsi, studiare e poi andare avanti verso il resto, come se il resto delle storie non fossero necessarie tanto quanto.
In particolare mi interessa trattare con voi il capitolo sull’erotismo.
Ci sono più punti interessanti nella trattazione.
La scelta di non parlare delle opere definite pornografiche, ad esempio: “non ho incluso tale genere di rappresentazioni in questo libro”.
Non capisco se ne avrebbe dovuto parlare, invece, in un momento così significativo e sensibile alla tematica. La rimozione forzata di un’argomentazione, che non deve essere necessariamente rappresentata, ma anche solo discussa, (la rimozione, dunque) è non ottimale alle comprensioni dei discorsi attorno a ciò che significa, a livello estetico, a livello di rappresentazione e a livello politico, parlare di un’arte pornografica.
Certo è che tutte le opere stampate in questo capitolo sono state estremamente criticate e censurate nel tempo: mostre chiuse, scandali a corte, sconvolgimenti. La differenza tra un’opera erotica e un’opera pornografica, per Morris, consiste sempre nella figura femminile (ad eccezione del David che produce scandalo con quell’enorme pisello, non tanto enorme rispetto alle dimensioni gigantesche della statua). Lo scandolo pornografico per Morris consiste specificatamente nel pelo pubico femminile. Dunque: se una donna viene rappresentata nuda senza pelo pubico, bambinescamente, la figura può essere accettata in quanto erotica o addirittura asessuata. Se il pelo pubico invece si introduce nelle fibre dei pennelli che lo dipingono, l’opera è certamente provocatoria e pornografica. Il seno è sensuale, il pelo pubico è da condannare. Non parliamo di Courbet, per l’amor di dio, con una vagina spalancata, con tanto di peli e di clitoride in mostra.
Non si fa cenno, in questo capitolo, dell’erotismo che una donna può provare nei confronti di un uomo nudo rappresentato, anche in scene mitologiche. Né di una donna nei confronti di un’altra donna. Non si fa cenno dell’amore erotico omosessuale. Solo, ecco, una netta distinzione tra ciò che è pornografico e ciò che non è, per l’uomo. Il capitolo lascia a desiderare, è incompleto e non soddisfa il più delle domande inerenti l’argomento: ad esempio, come si spiega la pornografia della bambina vestita di Balthus (neanche citata nel libro), col micetto ai piedi e le gambe divaricate con mutandine bianche a vista? La pornografia riguarda davvero solo dei peli? Non riguarda l’intenzione? Non riguarda lo sguardo? A proposito di sguardo, l’artista Schiele, appositamente non stampato nel libro, ma solo citato fugacemente, affermava nei suoi diari come non sia mai l’arte ad essere pornografica, ma l’occhio del fruitore ad essere “porco”. La tematica, dunque, è tutta da derimere e non sarà sufficiente questa recensione, sebbene io pensi che nell’arte, per ricalcare Mauri, si debba osare quello che nella vita non può essere detto o non debba essere fatto.
Il resto del libro è invece interessante, puntuale. Gli esempi sono molti e vari. Ci interessano e incuriosiscono. Mettono in luce ciò che non guardiamo solitamente: un particolare, un piede, una posa.
È dunque un libro che vale la pena di leggere e guardare per lo studio scrupoloso, la scelta attenta delle opere selezionate, per le avventure narrate nelle spiegazioni dei paragrafi, per gli aneddoti simpatici e storici.
Lo consiglio, soprattutto alla luce del fatto che dovremmo abituarci ad entrare in rapporto (non solo in dialogo) con l’opera, corpo a corpo, senza tutte le intenzioni de* artist*, che forse non dovrebbero interessarci più di tanto, se non per una contestualizzazione storica e temporale.
Pubblicato a gennaio 2023