Conversazione sulle transizioni
Luna e Matilde su “Un appartamento su Urano” di Paul B. Preciado
Copertina di Un appartamento su Urano di Paul B. Preciado
Matilde: Parliamo di Un appartamento su Urano di Preciado.
Luna: Stavamo dicendo che effettivamente Preciado modella le categorie che utilizza seguendo, non tanto come intende come stanno le cose adesso, ma come vuole che siano prima o poi.
M: Sì, parla sempre alle generazioni che verranno. Da questo punto di vista è come Nietzsche che parla al popolo a venire.
L: Esatto, parla per un poi, per dei bambinu […]. Anche solo il fatto che utilizzi il termine “transessuale”, che non è un termine che viene molto più utilizzato ormai, perché si preferisce transgender in generale per non indicare come discriminante la transizione a livello medico/chirurgo plastico. Da questo punto di vista, il fatto che lui riprenda la categoria transessuale e la reinserisca in maniera atipica non mi sorprende. Quando in uno dei primi articoli parla delle “minoranze riproduttive” [in “Procreazione politicamente assistita ed eterosessualismo di Stato, p.73] secondo me ha molto senso che lo utilizzi.
[…]
M: Una cosa di cui stiamo discutendo tantissimo per ora […] è il fatto che comunque, pur volendo veder lontano in un mondo senza categorie, non stiamo facendo altro invece che costituire altre e nuove categorie e in realtà anche Preciado lo fa: non fa altro che costituire categorie su categorie quando in realtà forse dovremmo finirla con le categorie. Tu che ne pensi? Si stanno producendo categorie per non rigenerare un binarismo o dovremmo farla finita con le categorie? Dovremmo rivendicarle o farla finita e basta?
L: Non lo so, secondo me è un discorso complesso che non si può fare senza stare a guardare l’ora; indipendentemente da quello che vorremmo, dobbiamo anche capire in che tipo di mondo siamo immersi. Capisco la necessità e la voglia delle persone di reidentificarsi anche in termini oppositivi rispetto a quella che può essere una norma, rivendicare che io esisto in quanto soggetto diverso e io non voglio che questa cosa venga annullata, non voglio essere incluso, non voglio rientrare per la grazia di qualcuno all’interno di un gruppo dominante e quindi magari spesso si può arrivare a un attaccamento anche estremamente rigido a quelle che sono le nuove categorie attraverso le quali ci definiamo; allo stesso tempo le categorie possono diventare estremamente rigide o richiedere a qualcunu di categorizzarsi per essere intellegibili da quello che è un gruppo in realtà marginalizzato. Ci sono dei casi in cui se tu non sai capire in qualche microcosmo identitario fai riferimento si crea anche una pressione performativa nelle persone: paradossalmente si arriva allo stesso tipo di comunicazione performativa nel senso di Judith Butler, che è un rituale che si viene continuamente a stabilire tramite l’enunciazione. Non so. Rimarcare la necessità di ritrovare delle categorie nuove da una parte è una pratica emancipativa, dall’altra bisogna stare attenti da questo punto di vista quando si va a ricreare un altro tipo di performatività che non è una performatività di rottura con un esistente, ma è la creazione di un altro mondo che si regge in realtà su delle categorie. Per quanto riguarda me, capisco e riconosco come più che legittima la necessità, la voglia, il desiderio delle persone di ricercare esattamente le categorie specifiche in cui inserirsi, anche per imparare termini e modi nuovi di leggersi perché, per quanto mi riguarda, tante cose di me le ho date per scontate perché sono inserita in un sistema che mi richiede di non farmi troppe domande rispetto a chi sono e cosa voglio e sapere che esistono parole nuove, sapere che esistono altri mondi sicuramente dà una grande libertà. Quindi non mi sento, allo stato di cose attuale, per come va il mondo adesso, di non comprendere le persone che sono così tanto attaccate alle categorie. Per quanto riguarda me, per quanto riguarda il genere, c’è uno scritto di Leslie Feinberg che dice che il genere non è altro che la poesia che ognun* crea per se stess*. E mi sembra una cosa bellissima. […] il punto è che non c’è un insieme finito di opzioni! È tutta una storia personale di costruzione e decostruzione! […] le categorie servono fin tanto che servono a noi per raccontarci.
M: Io per esempio le categorie le rivendico. La mia categoria di malata mentale e asessuale da quando riesco a dirle ad alta voce io me le rivendico. Io non posso più assolutamente non dire queste cose. Quindi per quel che mi riguarda […] un po’ chi immagina un mondo senza categorie è forse una persona un po’ più privilegiata degli altru e che può persino immaginare un mondo senza categorie; per quanto uno non si debba inchiodare alla categoria, però sicuramente se io fossi una persona che non deve prendere 10 farmaci al giorno non avrei così necessità di dire “io sono una malata di mente”. Lo devo rivendicare. […] se tu prendi 10 farmaci al giorno come fai a tenere la malattia mentale nascosta a casa? Più di stare io a casa perché non mi sento degna del mondo esterno…a cosa altro dovrei rinunciare? Anche alla rivendicazione? Quindi secondo me le persone che non vogliono le categorie sentendosi inchiodate in un mondo senza possibilità, se si usano le categorie, sono delle persone assolutamente privilegiate. Soprattutto bianche.
L: Esatto.
M: Quindi io personalmente me la rivendicherò finchè campo, ma non perché “ah lo so io quello che sto passando”, non è un problema di vittimismo, ma un problema di materialità delle cose, di posizionamento. Io sono così, ma non a livello ontologico, ma ora qui, in questo momento storico della mia materialità e soggettività. Per cui non posso non volermi autodeterminare.
[…]
M: Per quanto riguarda invece proprio il libro: ti è piaciuto o no?
L: Non lo so, penso sia difficile da dire dato che è una raccolta di articoli nel tempo. Ci sono sicuramente delle cose che mi sono piaciute di più. Alcune che mi hanno toccata tantissimo a livello emotivo. Alcune cose mi hanno un po’ confuso. […] ogni tanto fa uno scivolone “bianco”, ma non perché è stronzo lui, ma è uno scivolone nel quale possiamo cadere tuttu se non ci facciamo delle domande di cosa vuol dire essere femministe in un mondo in cui magari il femminismo bianco sarebbe il caso di metterlo da parte. Quindi a livello proprio di contenuti ci sono delle criticità che non comprendo o che non condivido. Per quanto riguarda il libro in sé, a me è piaciuto molto perché mi piace il modo in cui ragiona lui […]. E poi mi è piaciuta l’introduzione di Virginie Despentes.
M: Mamma mia, lei è fantastica! […] lei ha una storia pazzesca, è stata prostituta, rivendicandolo, malata di mente, super punk. Una vita assurda. Se le rivendica tutte e secondo me fa benissimo! Ecco, sempre il tema del privilegio.
L: Eh perché poi sembra che le categorie siano nate e che prima ci fosse un mondo in cui non ci fosse bisogno di avere categorie, bisogno di definirsi, ma la verità è che semplicemente chi è privilegiato […], chi è bianco non ha bisogno di categorie perché si assume come norma quando norma non è! Siamo tutti immersi in delle categorie. Ci ridefiniamo tutti costantemente rispetto a dei piccoli contenitori tra cui noi ci muoviamo costantemente nella vita! C’è chi si accorge che il suo transitare (perché tutti transitiamo fondamentalmente in stati differenti di esistenza, di volere, di desiderare) c’è chi deve problematizzare il suo transito perché si scontra necessariamente con la società e quindi deve darsi un nome perché se io non mi do un nome non esisto fondamentalmente! E invece c’è chi transita e non gliene frega un cazzo!
[…]
M: Perché consiglieresti di leggere Preciado?
L: Allora. Questo libro nello specifico lo consiglierei soprattutto per alcuni articoli che ci sono, tra cui il mio preferito, “Il coraggio di essere se stessi” che riprende Foucault e dice “ma che coraggio! È dalla fragilità che parte la rivoluzione!”. Secondo me è importante leggere Preciado per ritrovare la forza della vulnerabilità o comunque vedere una persona che è apertamente vulnerabile e che non lo fa per smuovere necessariamente un sentimento o un’emozione, ma lo fa per chiarezza comunicativa e nel suo essere così chiaro a livello di narrazione, nel senso di aperto e diretto rispetto a chi sono – cosa penso – cosa voglio, apre secondo me la porta a tante persone che non pensavano di potersi dire, di non potere esistere e di non poter fare neanche. […] Fa molto bene al cuore leggere Preciado.
Paul B. Preciado è un attivista transessuale e ha scritto tanti articoli raccolti in questo meraviglioso testo, Un appartamento su Urano, edito nel 2017 da Fandango Libri. Queste cronache del transito parlano di politica, biopolitica, capitalismo, genere e sessualità in modo superlativo e ogni scivolone è riconosciuto dallo stesso come un colpo che può avvenire. Non ha paura di ritrattare le sue posizioni (come ad esempio la scelta del nome Marcos) e non ha paura di farlo pubblicamente. Più che un esempio, Preciado è un amico in cui rifugiarsi. E con Luna dico anche io che fa bene al cuore leggerlo.
Pubblicato il 15 dicembre 2021.