J.T. Mitchell e Kazuo Ishiguro
La paura della differenza, dello straniero, del mostro, dell’alieno è quanto si potrebbe definire una paura razionale […] L’Altro razziale o di genere […] è visibilmente segnato come diverso e riconoscibile. Ma l’autentico terrore emerge quando il Diverso si presenta mascherato come lo Stesso, minacciando così ogni differenziazione e identificazione. La logica medesima dell’identità è messa radicalmente in questione dal clone.
Pochi anni fa La casa Usher tradusse e pubblicò un saggio interessantissimo, scritto da J.T. Mitchell, “il più illustre esponente della Visual Culture, […] che studia il ruolo e il potere delle immagini all’interno delle culture”. Il saggio Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 Settembre ad oggi si pone come una ricomprensione storica e iconologica dei sistemi che l’amministrazione Bush utilizzò per garantirsi la possibilità di ipercontrollare legalmente le persone del proprio paese, creando di fatto un fenomeno nevrotico di massa senza precedenti. Egli pone come figura chiave di questo processo il terrorista che minaccia costantemente la nostra sicurezza, insinuandosi tra di noi proprio come un clone, in quanto uguale a noi e in nessun modo differenziabile e identificabile.
Cloning Terror, in questo senso, non significa soltanto quel processo con cui il terrorismo si diffonde come un virus, un cancro o una peste, ma il terrore della clonazione in quanto tale, sindrome che chiamo clonofobia e che nasce da antichissime paure nei confronti di tutto ciò che è copia, imitazione, vita artificiale e creazione dell’immagine.
Clonazione e clonofobia sono temi centrali nella riflessione non solo su dove ci porterà il processo tecnologico nel prossimo futuro, ma qui e adesso: la viralità delle immagini su internet, la diffusione epidemica di (fake) news, la psicosi dell’indistinguibile che cede la fiducia nell’altro e in se stessi al più gretto spavento. Ogni ambito si trova ad essere pensato secondo il fil rouge della clonazione e depensato secondo il panico che ne consegue e che non permette di razionalizzare davvero il problema.
Se da un lato Mitchell ci impone l’argomento in un modo nuovo e spiazzante, dall’altro troviamo il corrispettivo letterario – che intravede nella clonazione il cardine del pensiero estremizzante sulla tecnologia, ridefinendo le basi del ragionamento sul rapporto io con me e io con l’altro – nel romanzo Non lasciarmi del Premio Nobel per la Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro. Questo libro (menzionato dallo stesso Mitchell per citare parte dei clichè che l’uomo americano medio ripone nei confronti del clone quale copia dei reietti societari quali prostitute, barboni e tossicodipendenti) continua (portando all’estremo, sebbene parallelamente) il discorso introdotto dal ricercatore americano. Quello che ci offre Ishiguro è un presente, nella Gran Bretagna che si affaccia al nuovo millennio, descritto non dalla persona comune (protagonista invece in Cloning Terror) creatrice o spettatrice della clonazione, ma dal punto di vista del clone stesso. Kath, un clone proprio come Ruth e Tommy, è stata creata appositamente dall’uomo elitario come corpo fornente i suoi organi come pezzi di ricambio necessari per la sopravvivenza e il prolungamento della vita delle famiglie normali. Nati per donare, Kath ci racconta la sua storia in modo confidenziale, introducendoci nel mondo di questi bambini istituzionalizzati – in college ghettizzanti dalla parvenza privilegiata – che diventano degli adulti dal destino condannato e rassegnato e che si aggrappano a un sogno, a un amore, alla poesia, all’amicizia, alla creatività per sopravvivere.
“Ma è davvero così importante? […] I donatori faranno comunque le donazioni, e poi completeranno il loro ciclo”, ci ricorda Tommy alla fine del libro. E ci chiediamo, insieme a lui, se quella che loro chiamano vita, tutto quel copiare inconsciamente atteggiamenti televisivi per una accettazione sociale, tutto quel parlare di filosofia ed essere nella cultura, tutti quei problemi – insomma – che si pone il clone davanti a se stesso e che lo illude di non essere condannato a morte dal giorno in cui è nato, non è forse il medesimo destino dell’uomo normale che crea il clone? Non è proprio per questo che ha creato il clone, per questa illusione alla vita che ci fa temporeggiare sulla nostra condanna a morte che grava sulle nostre teste dal momento in cui venimmo al mondo?
Fronteggiando i pregiudizi, è necessario continuare a chiederci il perché della vita. Ne esiste davvero una vita più degna di un’altra? L’estrinsecazione di potere è davvero l’unico modo, oggi, di affrontarla? Siamo davvero così diversi?
Senza pretesa di risoluzione, interroghiamoci sulla questione. La lettura di questi due libri che vi consiglio potrebbe essere un buon inizio.
Pubblicato a maggio 2018