Sto facendo i conti con il mio privilegio.
Il mio privilegio mi consente di:
- Fare la vacanze
- Dormire fino alle 13
- Mangiare quello che voglio quando e come voglio
- Non avere un lavoro stabile per scelta e non per necessità, prendendo soldi dalla mia famiglia
- Non dare le materie agli appelli prestabiliti, slittando di due anni il momento della laurea
- Pagare la psicoterapia 65 euro a settimana e 222 euro di psichiatra la prima volta e 120 euro ogni volta che faccio la visita intramoenia
- Passare la mattina a leggere libri di filosofia con Giuseppe
- Non fare i conti a fine mese, ma ogni tanto
- Decidere di non partecipare all’otto marzo perché mi sento intellettualmente superiore ad una ricorrenza
- Comprare i libri per pensare invece che prenderli dalla biblioteca e sentirne la mancanza una volta restituiti
- Dire agli amici di venire ad abitare a casa nostra senza bisogno di pagare un mensile o le bollette, tanto da trovarlo intellettualmente e amicalmente sconveniente
- Essere una donna occidentale bianca e presumere di sapere la vita di tutt* tanto da poterne parlare
- Essere una persona che dice in macchina che “c’è puzza di cinese”, sorvolando sul razzismo interiorizzato con cui non faccio i conti
- Stare sui social per molto tempo durante la giornata
- Fare questa lista invece di preparare la materia
Giusi mi ha fatto notare che dico spesso che sono borghese. Sentirne la colpa non farà di me una vittima di essere nata in un certo stato. È quel che succede credersi vittima di un certo stato, quando lo stato ti ha avvantaggiata, ma tu vorresti poterti esprimere come vittima. Voglio esprimermi come una vittima? No. È troppo semplice. È troppo umano. Ridicolo. Decostruire il privilegio è più difficile. Forse lo faccio. Forse non sono credibile. Forse lo sono proprio perché ne parlo. Ma quando ne parlo Giusi mi dice che viene da una famiglia di borgata in cui i genitori hanno a stento la terza media e allora mi vergogno di aver posto una differenza. Vorrei abbracciarla e dirle di insegnarmi e di prendermi le case che erediterò ma dirglielo vorrebbe dire sfruttare il potere del mio linguaggio su un precetto morale del devi e ancora una volta il privilegio entrerebbe a gamba tesa nell’ennesimo rapporto. Ho paura di non saper gestire le possibilità che crea il mio parlare. Ho paura di non saper gestire il fatto che il mio parlare sia una delle possibilità e non la possibilità. Una delle. Non LA. Una delle.