Il corpo dell’opera come possibilità estetica
di Marta Acciaro e Giuseppe Molica (2021)
Abstract
L’estetica contemporanea deve fare i
conti non soltanto con il proprio passato così come raccontato e
descritto sui manuali ma anche con ciò che di contemporaneo e non
storicizzato è ormai presente in un mondo che non si può più
raccontare come eurocentrico. La veritatività dell’arte, concetto
che ha attraversato l’estetica moderna, è ormai ad un punto di
svolta necessario e radicale, incontrando e dovendo rendere conto di
un’arte post-umana, trovando il soggetto artistico finalmente nelle
opere più che negli artisti e nelle loro intenzioni. Cartografare le
storie delle opere più che raccontare una Storia dell’Arte.
1.
BREVE CARTOGRAFIA ESTETICA NEL PROCESSO VERITATIVO OCCIDENTALE: DA
GALILEI AD HEGEL, DA JÜNGER AD HARAWAY
Si
può parlare in molteplici modi di estetica e di arte, ma comunque se
ne parli si accede sempre in ambiti della cultura che rinviano a
forme di sapere che nella prassi sono intese come accessorie,
effimere, inconsistenti, in quanto si fondano su ciò che il progetto
di conoscenza occidentale ha escluso dal sistema veritativo. (M.
Guerri, 2012)
Il
sistema veritativo venne fondato tanto dalla filosofia greca quanto
da quella che dal tardo Rinascimento venne chiamata rivoluzione
scientifica. Ambedue hanno ambito ad un’oggettività che rendesse
possibile una conoscenza consapevolmente universale e comprensibile,
che spiegasse uno stare in natura, prima ancora di essere nel mondo.
Sebbene il percepente sia sempre “io”, questo io ha ricevuto una
credibilità labile e già lisa al suo porsi in questione.
Il
termine estetica era già in uso con Aristotele, ma
Il
semplice passaggio dall’uso aggettivale del termine estetica […]
alla sostantivazione del termine e alla ‘invenzione’ della parola
estetica nel XVIII secolo, costituisce l’atto di nascita di una
modalità di filosofare, che porta con sé un continuo ritorno alla
domanda intorno al senso della parola estetica all’interno della
pratica filosofica. (M. Guerri, 2012)
L’invenzione
della parola estetica avvenne a opera di Baumgarten nel 1735. Per
Baumgraten l’estetica è la possibilità di dare dignità
scientifica a ciò che venne consapevolmente escluso dall’idea di
verità universale e matematizzabile del fenomeno naturale durante la
rivoluzione scientifica che vide, come sappiamo, Galilei come uno dei
protagonisti.
Nel“Saggiatore”Galilei scrive:
Io
dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco
una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è
terminata e figurata di questa o quella figura, ch’ella in
relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel
luogo, in questo o quel tempo, ch’ella si muove o sta ferma,
ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o
molte, né per veruna immaginazione posso separarla da queste
condizioni: ma ch’ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce,
sonora o muta, di grato o ingrato odore non sento farmi forza alla
mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente
accompagnata.
Per
cui Galilei divide quelle che sono le caratteristiche oggettive del
corpo dalle caratteristiche dell’oggetto, sempre non necessarie e
ininfluenti alla sua rappresentazione conoscitiva. Saranno certamente
necessarie e influenti per la conoscenza per Baumgarten, prima linea
di fuga nella storia dell’estetica. Con le “Meditazioni
filosofiche su alcuni aspetti del poema”del 1735, ma in modo più ampio e definito in l’“Estetica”del 1750, egli afferma come l’estetica sia la scienza dell’arte
sensibile, una “gnoseologia inferior” (Baumgarten, 2000) il cui
fine è la perfezione della conoscenza sensibile. Per Baumgraten la
conoscenza sensibile in quanto tale è la bellezza. Essa ha tre
aspetti: “è accordo di pensieri, che si unificano in fenomeno
sensibile, è accordo dell’ordine interno, che deve essere
‘sentito’; è infine l’accordo che si dà al significato, che
si istituisce tra i pensieri e le cose” (E. Franzini e M.
Mazzocut-Mis, 2010).
Certamente
il pensiero baumgarteriano si inserisce in un contesto praticamente
retorico-poetico, ma è innegabile che è da questo momento che
nascono le due grandi correnti dell’estetica come teoria della
percezione (con Baumgarten, appunto, e Kant, che intende l’estetica
come critica del giudizio) e come filosofia dell’arte: Hegel. Le
due correnti venutesi a creare e la frattura che si apre è la
“fondamentale testimonianza di tutto ciò che il sistema veritativo
occidentale moderno tendeva a escludere dal proprio progetto […]
tanto la percezione, quanto l’arte […]”. (M. Guerri, 2012)
L’estetica
a nostro avviso si dà quando l’opera smette di essere privata
(propria del committente) e inizia ad avere un pubblico, poiché
avendo un pubblico si dà opera d’arte quando l’oggetto ha una
massa percepente, rapportandosi allo sguardo di chiunque. L’Estetica
come scioglimento del rapporto armonico tra aisthesis, poiesis e
mimesis è suggellata da Hegel con la morte dell’arte.
“Non
è possibile dimenticare che l’Ottocento è il grande secolo delle
morti o degli omicidi simbolici. […] si va infatti dalla ‘morte
dell’arte’ per venire alla ‘morte di Dio’ e infine
addirittura alla ‘morte dell’uomo’(F. Vercellone, 2013) con
autori quali Hegel, Nietzsche, Dostoevskij e Stirner.
Vercellone
scrive come la fine (e poi morte) dell’arte sia “sopraggiunta in
quanto essa non è più, secondo le hegeliane “Lezioni
di estetica”,
la suprema depositaria della verità” producendo “implicitamente
una sorta di primato delle arti figurative1che non verrà più messo in crisi” (F. Vercellone, 2013). Ma
bisogna fare attenzione perché quel che muore nell’arte è la
verità di una questione altra e più alta, teleologica, che l’arte
si era sempre promossa e proposta d’essere (per una fattualità
ovvia: la committenza è sempre stata la chiesa, unica capace di
pagare, ai fini didascalici e propagandistici, per l’educazione del
proprio gregge; le grandi committenze private saranno un fatto
esclusivamente moderno, rinascimentale, con i coniugi Arnolfini e il
Duca d Montefeltro in testa tra gli antesignani del privato). Ma, ci
ricorda Vercellone, la morte dell’arte “non comporta affatto […]
l’idea di una fine assoluta, bensì [...] una discesa dall’ideale,
come itinerario verso […] [la] ‘disartizzazione2dell’arte’” (F. Vercellone, 2013). Questo significa un impulso
alla verità in senso realista: “l’arte che nega se stessa è
un’arte che si autotrascende, che accetta di esistere prendendo le
distanze da sé. Ed è così costretta a essere più che arte” (F.
Vercellone, 2013). Ci ritroviamo dunque ad avere un’arte che
“medita su di sé mentre va facendosi” (F. Vercellone, 2013).
Perché
a questo punto decidiamo di inserire Jünger tra gli autori che
trattano di estetica? Non certo per un salto pirotecnico, ma perché
la “bellezza dell’arte”, come ci ricorda Maurizio Guerri nei
suoi scritti sul filosofo, è una delle “oasi” che l’uomo può
trovare all’interno di se stesso, la cui contemplazione è punto
fermo nel continuo movimento del mondo globalmente totalizzante e
totalizzato.
Jünger
ha inoltre, parlando della metropoli e dei suoi cambiamenti durante
le guerre mondiali, affrontato il tema dell’istituzione museale,
fondamentale per un pensiero critico estetico e per il testo che
stiamo proponendo. Usando le parole di Guerri in riferimento a
Jünger:
l’impulso
museale borghese […] si rinchiude nel culto del passato e nel
disprezzo del presente”. […]
‘L’impulso
museale’ fa percepire qualsiasi cosa come ‘morta’, per questo
una cosa conservata diventa anche ‘intangibile’: in questo senso
la conservazione museale è una negazione e un ‘peso’ per la
vita. Ma l’‘impulso museale’ può essere concepito anche come
‘contrappeso’ alla distruzione e dunque come protezione della
sfera organica e stimolo alla vita. (M. Guerri, 2012)
È
l’estetica di Deleuze (con Guattari) che spinge ulteriormente la
linea di fuga jungeriana (la ricerca delle “oasi”) verso delle
possibilità “inimmaginabili”3,
ma al contempo reali.
Che
estetica è infatti possibile dopo? Cosa si fa dopo che le onde si
sono ritirate e i tesori sono scoperti? Oltre la linea, chi c’è?
Le linee di fuga, una volta sopravvissuti al nazismo e alle bombe
atomiche, le troviamo nel farla finita col giudizio di Dio (ovvero
una critica radicale ad un’ideologia estetica fondata sul
riconoscimento) in favore di una riproposizione decentrata e
funzionale dello scambio fra riconosciuto e riconoscente, riprendendo
quasi un’estetica plotiniana in cui ciascuno, finalmente fatto Dio,
possa portare con sé il tempo e lo spazio; ma che rischia di
ritornare con un dualismo istinto-istituzione e riproponendo
un’empasse binaristica in cui bisogna scegliere fra musei e arte di
strada.
Il
superamento di questa muta dialettica che ancora rischia di opporre
il sentire al sapere trova comunque ancora, nella contemporaneità di
Deleuze, una rumorosa pratica artistica, nella rinuncia ad una
pretesa generale (diventata, nel suo attuarsi, generalistica) a
favore di una presa immanente, in cui il rapporto fra l’opera e
l’artista non nasce e si sviluppa sul piano puramente astratto
della “cultura” quanto su posizionamenti reali tra pubblici
differenti, molteplicità vitali.
Tale
spostamento segue così la necessità di uno sviluppo non-umano (dove
per non-umano si intende, anche in questo caso, il riconoscimento e
l’abbandono della definizione di “ciò che è essere umano”),
tracciando “nuovi” campi di battaglia per l’arte e le
soggettività artistiche: non più - cercare un centro di gravità
permanente - ma camminare, e come nella passeggiata perdere
continuamente il centro per ritrovarlo in un altro posto, un
divenire-differenza.
Ribadendo
il tempo, in linea con la tradizione marxiana, come piano di
consistenza dei corpi, dei soggetti e della vita (dell’arte):
soggettività in grado di apparire (condensarsi) e fuggire battendo i
propri tempi, composizioni-assemblaggi possibili.
Questa
apertura ha così visto l’immissione e lo spostamento della
veritatività nelle pratiche “dei corpi” e il ritrovamento del
momento estetico nell’affermazione di corpi e soggettività
“diversi”: dal femminismo all’antispecismo, in una continua e
necessaria prassi di decolonizzazione del pensiero (e del sentire, o
per meglio dire delle possibilità della sensazione).
In
tutti i suoi testi, Deleuze è entrato in rapporto costante con la
scienza del XX secolo, confrontandosi con molta scienza storicamente
cartografata4.
In certo senso, colei che più fra tutti, non pone linee di fuga, ma
si pone come linea di fuga è Donna Haraway. Haraway, come Baumgarten
dopo la rivoluzione scientifica seicentesca, innesca e innesta la
visione di nuovi possibili. In lei il concetto di visione è
fondamentale, unico in grado di rammemorarci davvero la lotta, solo
creatore di linee e concatenamenti, in una “rilettura del potere
ottico”5.
Braidotti scrive una bellissima introduzione al manifesto cyborg e ci
dice come
Haraway
analizza la rivoluzione scientifica contemporanea in termini […]
radicali soprattutto perché si basa su una conoscenza di prima mano
della tecnologia odierna. I suoi studi di biologia e sociologia della
scienza le sono molto utili. Paragonata al suo approccio, l'analisi
foucaultiana della disciplina dei corpi già appare datata, oltre che
intrinsecamente androcentrica6.
Anche
Haraway, come Deleuze, la fa finita con il giudizio di Dio:
Una
volta dissolta l'idea che la ragione è il principio garante per una
serie di principi innati e dati da Dio, diventa possibile pensare la
decostruzione delle dicotomie concettuali sulla quale essa si basava.
Ma cosa possiamo metterci al suo posto?7.
Il
risuonare dei corpi delle opere d’arte.
2.
ESTETICA NELL’EUROPA MONDO DURANTE LA MOBILITAZIONE TOTALE
Con
la prima guerra mondiale avviene un salto decisivo: la mobilitazione
da parzialediventa totale,
ovvero non riguarda più solo la coscrizione obbligatoria dei maschi
abili alle armi, ma coinvolge tutta la nazione. Tale passaggio è
colto molto bene nel testo La
mobilitazione totaleda Ernst
Jünger,
quando scrive che la rappresentanza armata di un Paese non è più il
dovere e il privilegio del soldato, bensì riguarda i lavoratori
tutti: l’azione armata sfocia nel quadro ben più grandioso di un
gigantesco processo lavorativo, da cui nessuno è escluso. […]
Tutti vengono asserviti e non esiste più nulla che non sia in
funzione dello Stato. (M. Perniola, 2017)
Cioè,
per usare le parole di Jünger:
[…]
la distruzione dello Stato assoluto compiuta dai principi universali
appare come una grandiosa azione di indebolimento d’un mondo già
dotato di forma, al quale vengono sottratti i valori8che lo reggevano. Visto da una mutata prospettiva, questo
livellamento generale, che cancella ogni confine e ogni differenza
tra realtà di grado diverso, si manifesta come un atto di
Mobilitazione Totale, come la preparazione al dominio di nuove
grandezze di ben altra natura. (E.
Jünger,
1991)
E
se
Jünger
sviluppa la propria argomentazione stabilendo una relazione tra la
guerra mondiale e la rivoluzione mondiale, e tra la nozione di
mobilitazione totale e quella di progresso tecnico […l’importante
è capire che la nozione di mobilitazione è in stretto rapporto con
il totalitarismo”. (M. Perniola, 2017)
La
mobilitazione totale verrà di fatto compiuta da Hitler, Mussolini,
Stalin, Churchill, Roosevelt e tutti i protagonisti che conosciamo.
Jünger
non è il primo e non è il solo a captare il protagonismo del lavoro
come base su cui ogni rapporto e produzione si livella. Ciò che ci
risulta interessante è la posizione da cui Jünger ci parla.
Aristocratico di fatto (tanto da potersi permettere di sfuggire al
totalitarismo per rifugiarsi nel proprio castello in mezzo al bosco
tedesco), Jünger fa una critica politica ed estetica sull’apparato
che si svela davanti a noi, che ha la forma al contempo di officina
generale e istituzione museale. Le metropoli, il più alto esempio di
apparato di cattura in quanto ci offrono le forme esatte tanto
dell’officina quanto del museo, si offrono come “teatro d’azione
entro i cui confini si compie il declino dell’individuo” (E.
Jünger, 1991) a favore dell’esistenza del singolo. Il singolo non
appare più en
masse,
ma solo, sebbene sia parte del meccanismo del lavoro totalizzato e
totalizzante in cui “il compito del [lavoratore9]
consiste nella legittimazione dei mezzi tecnici dai quali il mondo
viene mobilitato, cioè posto in una condizione d’interminabile
movimento” (E. Jünger, 1991). Il fatto che a dirlo sia un
conservatore tedesco isolato dalla condizione mondiale ci fa capire
come si possa comunque fuggire e sfuggire a questa condizione,
qualora si abbiano gli adeguati mezzi. Ad essere senza scampo sono
chi i mezzi non li ha e deve usufruire di quelli della tecnica
forniti dallo stato: uno stato che non appare più come nazionale, ma
come settato in una ripetizione geopolitica aperta e costante10.
Uno
degli aspetti più interessanti del posizionamento filosofico11e politico di Jünger è il suo annunciare la morte del borghese12.
Come i borghesi hanno fatto fuori l’aristocrazia durante la
rivoluzione francese, adesso il totalitarismo ha fatto fuori i
borghesi in nome del lavoro. Quello che ci si apre davanti agli occhi
è un mondo dove l’istituzione museale, in cui si assiste alla
nevrosi d’accumulazione del passato, è storicamente finita in nome
di una produzione sempre più sconsiderata di manufatti, siano essi
artistici o meno. Il museo dunque si pone come spazio borghese per
eccellenza che verrà sostituito da istituzioni altre (come ad
esempio le gallerie) che lungi dallo sfuggire dall’apparato di
cattura istituzionale, si pongono quantomeno all’inizio come luogo
totalmente altro per proporre un’arte totalmente altra e non più
borghese, ma in cui il pubblico possa partecipare ed essere parte
evidente dell’opera stessa. Da questo punto di vista, nel panorama
italiano, Fabio Mauri si pone come assoluto anticipatore del fare
artistico che sarà tipico degli anni ’70.
Fabio
Mauri è stato un artista che ha vissuto, lavorato e operato in
Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni 2000.
Anticipatore appunto di molte di quelle che la curatela
internazionale definisce “visioni avanguardiste”, non soltanto
nel campo artistico italiano, ma soprattutto internazionale (si veda
ad esempio la Pop Art americana, fra tutte), Mauri venne per lungo
tempo accantonato. Giudicato portatore di un elitarismo intellettuale
poco chiaro e accessibile ai più, venne per lungo tempo non
considerato sufficientemente ed adeguatamente, in favore di modi e
moti d’arte più istituzionalizzati o che si autoproclamavano
contro l’istituzione, certamente coerenti con un volere critico del
tempo e del fare europeo. Eppure, Mauri pone la “questione europea”
- cioè la questione politica europea di matrice tedesca - come
basilare di e per tutto il suo discorso in atto e in opera, negli
sviluppi eterogenei del proprio lavoro, tanto nell’esordio quanto
nelle conclusioni della sua temporalità: questione da cui parte lo
stesso Jünger come fondamento del proprio pensiero.
A
peggiorare la denigrazione di Mauri da parte dell’ambito artistico
che lo circondava influì il proprio trascorso personale che lo vide
ricoverato in manicomio per circa un decennio: erano dunque, le sue,
opere di un malato, di un ossessionato, innanzitutto, e per questo
considerate esclusivamente dal capriccio curioso di matrice borghese,
squalificante la lucidità di un atteggiamento, un dire e un fare
artistico propri del Mauri.
È
grazie al lavoro di critiche e storiche quali Carolyn
Christov-Bakargiev, Laura Cherubini, Marcella Cossu e Francesca
Alfano Miglietti che il lavoro di Mauri viene introdotto e posto al
grande pubblico, arrivando al coronamento di un riconoscimento
generale (post-mortem) di pubblico e critica grazie all’opera “Che
cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da
tavolo” (1989), riperformata per l’apertura della rassegna
quinquennale di Kassel del 2012, dOCUMENTA (13), diretta dalla
Christov-Bakargiev.
Il
percorso artistico di Mauri è coerentissimo nel suo farsi.
Lea
Vergine scriverà:
[…]
Tutte, dico tutte [le opere] – dal ’71 al ’93 – sono di
attualità tematica folgorante. Mauri ha sempre lavorato sugli stessi
canovacci: i modelli comportamentali dell’ingiustizia o della
sopraffazione: fascismo, nazismo, autoritarismo. Nella insistita
ripetizione, nel ritorno di quanto accade in un passato così remoto
per alcuni di noi da poter essere supposto addirittura irreale o mai
accaduto, nella ripetizione dunque, nello schema circolare la
metafora si riattualizza. […]13.
Vergine,
molto più di altri storici e critici dell’arte, ha individuato
nell’opera di Fabio Mauri non tanto e non solo quelle
caratteristiche prettamente estetiche che pongono tali opere come
anticipatrici della suddetta visione avanguardista novecentesca.
Vergine ci offre quella che ci sembra essere tra le migliori
interpretazioni per l’opera tutta di Mauri, siano essi
installazioni, performance, proiezioni: Mauri opera in un continuo
dire politico che si fa necessariamente smascheramento ideologico. La
prassi e il metodo con cui mette in opera l’opera è quello della
ripetizione, intesa come individuazione – da parte del fruitore -
della rappresentazione di un fenomeno al variare delle sue
circostanze: una ripetizione assoggettata alla differenza
innanzitutto storica.
I
motivi che portano Mauri a proporre un certo tipo di fenomeno storico
ri-proposto e posto continuamente in un nuovo contesto storico, in
una decostruzione politico-ideologica europea14,
crea un fenomeno del tutto nuovo, non del tutto evocativo, ma
certamente critico.
“L’arte
per Mauri consiste […] nel creare situazioni in cui si deve fare i
conti criticamente, ‘esperienzialmente’ […] con la condizione
di predeterminazione, e svolge pertanto una funzione di […] di
responsabilizzazione […] degli atti individuali”15,
che possiamo individuare come la consuetudine basilare dell’autore,
insieme al perenne pensamento e ripensamento del concetto di spazio
in cui l’opera si pone e viene posta dall’autore e del concetto
di spazio e di opera per come viene fruita dallo spettatore:
Tutte
le opere successive [le opere del decennio del ‘60] di Mauri
terranno conto della necessità di coinvolgere […] gli spettatori
[che] si ritrovano coinvolti, volenti o nolenti, ad assistere […]
L’identificazione fra soggetto ed evento impedisce la comprensione
fino a quando il soggetto stesso non è svegliato dal suo torpore
attraverso una decostruzione critica del fenomeno. Dentro lo schermo,
l’io perde la libertà, e finanche se stesso. È la suprema
violenza della nudità ontologica dell’io, una disumanizzazione
totale e tragica […]16.
Punto
fondamentale è che il conservatorismo che ritroviamo in Jünger
indica e individua la massa a livello “visuale”17e non “sonoro” – manca la dimensione pubblica e sociale in
Jünger18che invece ritroviamo in Mauri.
Seguendo
“L’opera
d’arte ai tempi della riproducibilità tecnica” di
Benjamin possiamo osservare infatti come il momento sonoro – ovvero
quello di resadell’opera alla “massa” – non è trascurabile o semplicemente
negabile attraverso una fuga
solitariaal bosco e un rifiuto della dimensione sociale. Piuttosto potremmo
confrontare la funzione e ritmodell’opera d’arte ai “cristalli di massa” descritti da
Canetti (Massa e Potere), che vivono una vita propria, eterna, eppure
in continuo rapporto con la possibilità (virtuale) dell’attivazione
di una massa aperta, della risignificazione e ricalibratura del
proprio movimento pubblico.
Il
pubblico nelle opere di Mauri entra infatti nell’opera stessa in un
movimento inscindibile dalla sua dimensione sonora, facendo scontrare
senza alcuna mediazione rappresentante ciascun fruitore con la
propria condizione massificata di “essere umano parlante” – il
linguaggio non è più la casa dell’essere pacificatorio e
riconoscibile, ma, parafrasando e capovolgendo questa affermazione-
la casa della contraddizione e del continuo movimento e scambio fra
caos e cosmo-mondo.
Parliamo
soltanto di due delle opere di Mauri: “Che
cosa è il fascismo”
(1971)19e “Che
cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da
tavolo”
(1989)20.
L’azione
di “Che
cos’è il fascismo”
consiste nella “simulazione, quasi una ricostruzione, di una
cerimonia di ‘ludi juvenilis’ d’epoca fascista, nel corso della
quale Giovani Italiane e Giovani Fascisti in divisa eseguono saggi
ginnici […] sbandieramenti, inni, dibattiti e interventi
individuali sulla Mistica di Regime […] (C. Christov-Bakargiev e M.
Cossu, 1994)”. Il pubblico, tra cui uomini e donne ebrei
contrassegnati dalla stella di David, siede delle tribune nere, che
vengono suddivide per corporazioni, e che incorniciano la scena al
cui centro della scena vi è un tappeto con la svastica nazista su
cui si svolge l’intera cerimonia21.
Secondo
una caratteristica costante delle sue opere ideologiche, l’autore
ripropone qui un vissuto storico in chiave essenziale, in modo che,
dall’inevitabile confronto tra passato e presente, si alimenti il
processo critico che egli stesso definisce ‘esercizio spirituale’,
destinato all’individuazione e alla messa al bando delle false
ideologie. (C.
Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994)
Protagonista
assoluto della performance è il ritmo, cadenzato fisicamente,
sonoramente e musicalmente, per tutto il tempo e per ogni azione
dell’opera. Su “Che
cos’è il fascismo”
Mauri stesso scriverà, nel pensiero dell’opera22:
“Che cos’è il fascismo è in me innanzi tutto un’immagine, una
forma fisica, sonora, dove un certo numero di significati
contrapposto tengono in equilibrio l’immagine stessa con il suo
significato critico, come spina dorsale. Qualcosa di simile a una
poesia.”
Altrettanto
importante è il ritmo nell’opera “Che
cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da
tavolo”23.
La performance propone la simulazione di una festa privata in
Germania durante il nazismo. Lo spazio dell’opera è un palco a
tutto tondo che ha una doppia funzione: quella di luogo esposizione
per l’azione per gli attori (tra cui il filosofo Giacomo Marramao
che incarna Heidegger che declama da seduto il suo pensiero) e al
contempo tavola da pranzo per il pubblico, che viene fatto accomodare
nel perimetro del palco, apparecchiato a modo, e su cui vengono
serviti wurstel, crauti e birra. Durante la festa vengono recitate
poesie tedesche, intervallate da brani musicali di Bach e Mozart
finemente suonati. Fanno da filo conduttore della performance il
saggio heideggeriano “Che
cos’è la filosofia”
e la figura femminile quale seduttrice e portatrice di un certo tipo
di bellezza, estetica e credibilità, a cui neanche Heidegger può
rimanere passivo, accettando l’invito alla danza con una delle
attrici. “Il solo elemento ‘diverso’, nel contesto della festa
privata, è dato dall’inserimento di una voce isolata che recita un
brano tratto dal Processo di Eichmann (il ‘conteggio economico’
sul cadavere di una vittima del campo di ‘concentrazione’,
durante il quale vengono elencati i valori delle singole parti
anatomiche dell’individuo)” (C.
Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994).
In conclusione Mauri leggerà il pensiero dell’opera davanti a
tutti. Come ci ricorda Cossu
l’intento
della performance è di far riflettere sull’esistenza, all’interno
della cultura tedesca – e di conseguenza europea24- di un incolmabile dislivello tra la sfera più eccelsa del pensiero
e dell’espressione umana e l’abissale caduta, tuttora enigmatica,
di cui quella stessa società può essere capace. (C.
Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994)
Ma
vogliamo sottolineare un elemento che Mauri stesso sottolinea nel
pensiero dell’opera:
Ma,
ci si chiede, spetta all’arte di risolvere i problemi del mondo?
Ritengo che l’arte non abbia contenuti propri. E nemmeno che l’arte
sia contenuto dell’arte, sebbene conosca il successo della tesi
opposta. L’arte, se è qualcosa di teoricamente definibile, si può
dire con probità che è il luogo della forma definitiva del discorso
[…] il punto di accoglimento di temi all’interno di una potenza
mimica […] decisiva, capace di restituirseli per intero, di nuovo,
e in primo piano. […] Qui c’entra l’autore, certo. Ma è come
se non v’entrasse del tutto, esclusivamente lui.25
Perché
c’entra l’opera, la sua vita e la sua relazione con lo spazio e
con il pubblico. È nella definizione di “pubblico” che l’opera
d’arte, e la critica appresso, sentono la necessità di riportare
le opere all’interno di spazi definiti ed etichettati (i musei, le
chiese), luoghi in cui il pubblico si autoidentifica nel momento
stesso in cui ne varca la soglia; chiudendo però la possibilità di
un esperienza estetica (artistica) all’interno di spazi
istituzionalizzati, in cui tutte le opere sono inserite nel ritmo
costante della struttura che le ospita. Con Mauri, sarà anche per la
poliformità e l’eterogeneità di spazi che hanno ospitato le sue
opere, non si può certo parlare di luoghi apparati di cattura delle
sue opere, sebbene egli si sia rivolto anche alle istituzioni. Mauri
ci appare come linea di fuga e resistenza all’apparato di cattura
dell’istituzione all’interno del mondo globalmente mobilitato,
totalizzante e totalizzato. È per questo che le sue opere sono
fondamentali nella ricomprensione critica dell’estetica
contemporanea.
Ad
oggi l’opera d’arte sembra infatti presentarsi come un oggetto
fatto e finito (nel tempo e nello spazio), disponibile alla propria
riproduzione al fine di poter essere fruito da chiunque ne abbia la
possibilità26;
per quanto opere come quelle di Mauri (e le performance in generale)
possano mettere in crisi tale concezione di “opera”, nella loro
immediatezza e nel tracciare spazi di esperienza. Ciò che vogliamo
intendere è così che un’opera, qualunque opera, per essere
un’opera d’arte non deve limitarsi a rappresentare il mondo (o
parte di esso), ma è possibile definirla tale soltanto in quanto
capace di rendere un’esperienza, vissuta dall’artista, a chiunque
ne fruisca, ed è in questo senso che si (di)spiega l’estetica di
Deleuze: un’“empiria trascendentale”27- esperienza possibile nel contatto fra il pubblico e l’opera, che
non fornisce dunque alcuna risposta, ma mette in scena l’opposizione
reale fra corpi, il sorgere di spazi.
In
continuità (quantomeno semiotica) con l’opera di Fabio Mauri,
Deleuze (con Guattari) descrivono in un capitolo di “Che
cos’è la filosofia”
proprio il piano delle opere d’arte, sottolineandone la necessità
ontologica di “avere un proprio tempo” e dunque un “ritmo”,
capace di renderle paradossalmente eterne; ed è proprio questa
eternità che sottolinea l’indipendenza dell’opera dall’autore
e che ne permette l’universalità: l’opera pone se stessa nel
tempo, ma è il tempo dell’opera quello che viene battuto: una
questione di ritmo.
È
attraverso questo “paradosso” di tempi non più unici, ma in
composizione ritmica, che possiamo leggere l’opera come corpo
dell’artista: essa non ha un corpo ma è un corpo28,
esistente nella propria composizione vitale29e possibile con i corpi che ne fruiscono – il Cyborg di Haraway
come possibilità altra dell’arte – al di là del bene e del
male.
Si
ripropone così il problema dell’istituzione e del riconoscimento:
come l’arte, nel contemporaneo, riesce a superare e sottolineare il
paradosso di una dialettica “di sistema” che punta a ricatturare
all’interno di spazi definiti; l’arte che fa “sentire” un
corpo, attraverso percezioni e sensazioni non più distinguibili in
maniera così netta (visuale/sonoro/tattile, ecc.) – inizia l’era
delle performance.
3.
DAL FUTURISMO AL POST-HUMAN
Del
1980 è la performance di Mauri “Gran
serata futurista 1909/1930”:
lo spettacolo ha una struttura storica tripartita in modo da
evidenziare i molteplici linguaggi futuristi dall’anteguerra, alla
guerra, fino al dopoguerra. Le invenzioni futuriste si susseguono in
un collage di azioni in cui viene esplicitato quello che alcuni dei
membri scrissero nel “Manifesto
del teatro futurista sintetico”30:
sinfonizzare
la sensibilità del pubblico, esplorandone, e risvegliandone con ogni
mezzo, le propaggini più pigre; eliminare il preconcetto della
ribalta lanciando delle reti di sensazioni tra palcoscenico e
pubblico; l’azione scenica invaderà platea e spettatori.
Importante
per questa performance è la presenza di Maurizio Calvesi, critico e
storico dell’arte, che nell’azione rappresenta se stesso,
mascherato da Calvesi stesso, che interpreta la Storia Critica e che,
a fine spettacolo, ricorderà ad alta voce come il futurismo sia la
prima avanguardia globale.
Il
futurismo, scartato dalla critica italiana per le sue implicazioni
ideologiche fasciste, verso la fine degli anni ’70 venne finalmente
affrontato: quello che Mauri chiamò “incidente ideologico e
storico”31che fece sì che questa avanguardia perdesse di credibilità
artistica e venne rimossa pubblicamente. Personalità come Calvesi
aiutarono la storia dell’arte italiana a riappropriarsi di
quell’avanguardia che ha depositato i modelli per tutte le
successive avanguardie, contemporaneamente e successivamente il
futurismo stesso. Calvesi è il primo storico dell’arte che dedica
sul suo manuale scolastico32più di trenta pagine ai protagonisti futuristi, proprio a
dimostrazione dell’importanza storica e artistica del movimento.
[il
futurismo] implicò una revisione totale degli schemi formali, non
solo nelle arti figurative ma anche nella letteratura, nel teatro,
nella musica e nella fotografia. Con il futurismo infatti per la
prima volta assistiamo alla precisa ed espressa volontà da arte di
una avanguardia di cambiare il mondo e le forme della comunicazione.
(M. Calvesi, 1985)
Sono
parole, quelle di Calvesi, che si pongono ad una critica e
comprensione altra rispetto a quella ideologica fascista, e che
cattura la globalità e multiformità alla base di ogni sua
espressione.
Il
critico d’arte italiano non è il solo a riconoscere queste
caratteristiche globali. RoseLee Goldberg, nel suo fondamentale libro
“Performance
Art. From Futurism to the Present”
farà partire la storia della performance proprio dal futurismo,
analizzando gli aspetti quali la pittura, le performance e le
istruzioni su come farle, la musica rumore, i movimenti meccanici, la
danza, il teatro sintetico, la simultaneità: tutti aspetti che
ritroveremo (chiaramente non insieme) nella performance art, nella
body art e nel teatro.
Il
corpo dell’opera, dunque, diviene centro di qualsivoglia azione.
Tracey
Warr scriverà come
in
Europa le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, sul piano fisico e
filosofico, furono immense. Nel 1918 l’artista viennese Oskar
Schlemmer scriveva dal fronte: ‘è nato un nuovo strumento
artistico molto più diretto: il corpo umano’. […] Alla viglia
della Seconda Guerra Mondiale […] il modo di concepire il corpo era
ormai cambiato in maniera radicale. (T. Warr, 2006)
E
non possiamo non dare atto al futurismo di aver compreso per primo
l’importanza non tanto dell’io quanto del corpo all’interno
dell’opera. È servito questo a farlo sfuggire dall’apparato di
cattura istituzionale? No, di certo. Tanto che ha incarnato
l’ideologia fascista in toto. Ma, lungi dal dire che un’opera
figurativa è necessariamente catturata dall’istituzione in quanto
posizionata e ferma dentro un luogo delegato all’arte, altrettanto
non diremo che la performance sfugge sempre dall’apparato di
cattura istituzionale. Cercheremo di capire in questa terza parte,
affrontando la storia della performance e soprattutto della body art,
quali possibilità e potenzialità hanno avuto le azioni di essere
linee di fuga rispetto all’incasellamento33.
Si
può dunque parlare e pensare la Storia dell’estetica come la
storia delle opere d’arte?
Innanzitutto
un’operazione del genere (spostamento prospettico, il Soggetto
estetico non è più il critico/pensatore ma ogni opera)
permetterebbe di capire meglio il senso della necessità di
“cartografare”:
una cartografia non più astratta su “pensieri sul bello” o
“sulla percezione” o “su tutto ciò che sento”, ma su chi
(cosa) ci sta facendo sentire/provare il bello.
Anche
se la questione, dalle avanguardie, non è più “il bello”, ma
tutta la contraddittorietà e la multiformità del sentire fatto
azione, espressione massima della potenzialità del far sentire,
rendendo partecipe in vari modi e stati il fruitore.
Goldberg
ci ricorda come le performance vennero accettate come mezzo
d’espressione artistica negli anni ’70 (difatti la prima storia
della performance è datata 1979) e che esse erano dimostrazione e
conseguenza dell’arte concettuale che proponeva un’arte non più
mercificabile.
It
is interesting that performance, until that time, had been
consistently left out in the process of evaluating artistic
development, especially in the modern period, more on account of the
difficulty of placing it in the history of art than of any deliberate
omission. (Goldberg, 2011)
La
performance, dunque, quantomeno fino alla sua storicizzazione, si
pose quale linea di fuga per eccellenza in ambito artistico sia nel
suo porsi in opera, sia per la scelta di spazi anticonvenzionali, sia
per il rapporto che si veniva a creare con il pubblico. Difatti
performance
has been a way of appealing directly to a large public, as well as
shocking audiences into reassessing their own notions of art and its
relation to culture”. Il perfomrer è un artista che raramente
segue un tradizionale ritmo e farsi dell’azione per mettere in
scena una performance che è “a series of intimate gestures or
large-scale visual theatre, lasting frim a few minutes to many hours;
it might be performed only once or repeated several times, with or
without a prepared script, spontaneoisly improvised, or rehearsed
over many months. (Goldberg, 2011)
Nulla
di più lontano, dunque, dalla condizione statica della pittura (il
cui primo a rompere, grazie appunto il movimento del corpo sulla
tela, fu Pollock).
Ci
dice Warr:
[…]
ottenere la padronanza di questo linguaggio –- è tutt’altro che
semplice (in special modo se l’esibizione completa la messa in
mostra del corpo nudo dell’artista donna). […] Nessuno fu però
in grado di stabilizzare il linguaggio del corpo, né le critiche che
tentavano di contestualizzarlo né le dichiarazioni di intenti degli
artisti. Fin dagli anni ’60 gli artisti che usano il corpo hanno
esplorato l’immagine e i linguaggi ormai consolidati delle identità
di genere […] identificandoli come rappresentazioni di comodo che
favorivano la prevaricazione e la diseguaglianza. […] molte artiste
hanno cercato nei loro lavori di sgretolare le fondamenta di
un’identità femminile imposta dall’esterno. Cindy Sherman ha
approfondito ulteriormente questo discorso per mezzo di grotteschi
travestimenti, inscenando ogni tipo di stereotipo associato alla
donna. Il modo in cui ci si veste o la preferenza per un particolare
taglio di capelli spesso riflettono le regole e le aspettative della
società che controllano il nostro modo di essere. Gli artisti,
attraverso l’uso del corpo, hanno spazzato via i valori sottesi a
queste regole per liberare l’identità da significati imposti. (T.
Warr, 2006)
Di
fatto, l’esibizione del corpo dell’artista segna una rottura, una
trasformazione violentissima della concezione di arte visiva,
provocando il crollo dei meccanismi che governano il senso sia della
produzione che il senso della fruizione delle opere d’arte nella
società.
Lea
Vergine ci ricorda come soprattutto il performer della Body Art,
quindi specificatamente del quindicennio anni ’60-’70, sia
“ossessionato dalla necessità di mostrarsi per poter essere”.
Crediamo
non sia un caso che per “poter essere” la donna abbia ricoperto
un ruolo chiave nella body art. l’uso consapevole della propria
nudità divenne significante: il corpo diviene un materiale da
esplorare, divenendo forma scultorea umana, la forma di stare al
mondo, l’esplorazione delle nuove dimensioni sociali, la rottura
definitiva degli antichi tabù. Pensiamo specificatamente ad esempio
a “Mirror
Check”
di Joan Jonas in cui lo specchio ha per l’artista la doppia
funzione di scoperta per se stessa delle proprie parti del corpo,
esposte nude in una galleria di Los Angeles (1970) ed esclusione del
pubblico da questa curiosità. Pensiamo anche all’innumerevolmente
citato “Latte Caldo” di Gina Pane in cui l’artista, vestita di
bianco, si sfregia con un taglierino, rompendo il tabù della
bellezza, della perfezione, della solidità a favore della
vulnerabilità propria e del pubblico.
L’impatto
che gli artisti uomini ebbero non fu mai di pari grado a quello delle
donne.
Anche
quei critici in genere favorevoli alle nuove tendenze spesso
tacciarono questi usi del corpo come semplice esibizionismo o
violenza autoinflitta. I critici femministi come Catherine Francblin
arrivarono perfino ad accusare le artiste che si esibivano a corpo
nudo di avvalorare lo stereotipo della donna oggetto. (T. Warr, 2006)
Se
pensiamo a un’opera di Vito Acconci come “Seedbed”,
tenutasi alla Sonnabend Gallery di New York (1971), la sua
masturbazione non sarà mai stupefacente e inquietante quanto quella
di Elke Krystufek in “Satisfaction”(1994).
Warr
scrive ancora come
Il
corpo [sia] un universo di significati in movimento che nel XX secolo
ha subito continue mutazioni che lo hanno messo in crisi oppure
liberato. I confini e la nozione stessa di individuo sono in costante
evoluzione, così come quelli tra pubblico e privato. L’idea di un
io ermeneutico ed essenzialista […] non è più unanimemente
condivisa e accettata per vera. Le aspettative di vita sono aumentate
notevolmente grazie alla tecnologia moderna, che ha cambiato anche
l’ambiente in cui viviamo e il nostro modo di percepire e ricordare
le cose. La tecnologia applicata al corpo crea forme e ibridi sempre
nuovi, abbattendo ogni giorno barriere che sembrano incrollabili. Si
apre l’era del cyborg, organismo cibernetico ambizioso e
intelligente. L’esibizione di questi corpi nuovi richiede un
altissimo senso della teatralità e rivela un rapporto ambivalente
tra corpo e tecnologia, in bilico tra tecnofilia e tecnofobia. (T.
Warr, 2006)
È
del 1980 il “Manifesto Cyborg” di Donna Haraway.
Rosi
Braidotti nella sua introduzione ci ricorda come
Cyborg
deriva dal greco kybernàn che significa pilotare; nel 1947 lo
scienziato americano Norbert Wiener inventa l'espressione cybernetics
per indicare la scienza delle macchine capaci di autoregolarsi, senza
comunque mai mettere in questione la supremazia dell'essere umano
sulla macchina […] Cyborg è un composto di cyberg e organism:
significa organismo cibernetico e indica il miscuglio di carne e
tecnologia. (R.
Braidotti, “La molteplicità: un’etica per la nostra epoca,
oppure meglio cyborg che dea” in D. Haraway, 1995)
Ci
viene immediatamente in mente l’artista Rebecca Horn che creava
strutture tecniche, estensioni del proprio corpo, per poter creare
una comunicazione differente con l’esterno. Braidotti chiude il
paragrafo soffermandosi sul “Cyber feminism [che] è il movimento
di pensiero, ma anche di attività politica, che si situa nelle nuove
frontiere del cyberspazio e cerca di utilizzare le nuove tecnologie a
favore delle donne” (R.
Braidotti, “La molteplicità: un’etica per la nostra epoca,
oppure meglio cyborg che dea” in D. Haraway, 1995).
Haraway non avrà certo sottovalutato l’impatto estetico che
soprattutto il corpo della donna nelle performance ha scaturito a
livello comunicativo e d’immaginazione nei canali artistici degli
anni ’70 e noi non possiamo sottovalutarne le ridondanze e gli
sviluppi temporali fino agli anni ’90. Pensiamo ad esempio
all’invasivissima opera di Mona Hatoum, la videoinstallazione
“Corps
étranger”
del 1994 esposta al Centre Pompidoue di Parigi in cui lo spettatore
si ritrova a camminare all’interno di uno spazio in cui viene
proiettato il video di una sonda medica all’interno degli orifizi
dell’artista. Pensiamo anche alle opere fotografiche di Hannah
Wilke del 1993 della serie “Intra-Venus”:
l’artista stava morendo di linfoma e raffigurò il suo corpo con
cicatrici e bendaggi operatori a vista, rivelando un corpo non più
giovane né bello (come l’avevamo visto negli anni ’70 e per cui
venne molto criticata d’esibizionismo) e che rese pubblico lo stato
di un corpo quasi morente a causa della malattia.
La
nuova concezione del figurativo espressa da questi autori riflette il
nuovo concetto dell’io che va informando sempre più ampiamente la
società contemporanea. I progressi nella biotecnologia e
nell’informatica e le conseguenti metamorfosi nei comportamenti
sociali stanno variando i confini in corrispondenza dei quali si
celebra la fine dell’umano e ha inizio il post-umano. (J. Dicht,
1992)
Non
è a nostro avviso, un problema del rispondere all’atavica domanda
sul “chi sono”, ma trovare il modo, la possibilità del farsi
opera. Non si risponde dunque a nessuna domanda, ma si pongono delle
nuove domande. È del 1992 la mostra “Post-human”
curata da Jeffrey Dicht. In più di un decennio dal manifesto Cyborg
di Haraway l’accademia continua a riflettere troppo sul rapporto
uomo-natura e troppo poco sul rapporto essere umano-essere umano.
Dicht fa esporre una serie di artisti che sembrano però
interrogarvisi.
Tendenze
sociali e scientifiche convergono a formare un nuovo concetto
dell’io, una nuova costruzione di ciò che significa essere una
persona. […] Si svilupperà così una nuova così una nuova
organizzazione post-umana della personalità che rifletterà
l’adattamento dell’individuo a questa nuova tecnologia. […]
L’era post-moderna nella quale viviamo può essere intesa come un
periodo transitorio di disintegrazione dell’io. Forse l’era
post-umana che comincia a intravedersi all’orizzonte sarà
caratterizzata dalla ricostruzione dell’io. […] Queste tendenze
emergenti di tipo sociale e tecnologico che stanno ridefinendo sia la
nostra concezione dell’io che il nostro concetto di comportamento
sociale hanno iniziato ad esercitare una enorme influenza su alcuni
artisti. Nel mondo artistico esiste un nuovo grandissimo interesse
per il corpo e per il modo di presentare se stessi. Molte delle
esperienze artistiche attualmente più innovative coinvolgono nuove
concezioni della figura e nuovi approcci alla stessa. Tuttavia questo
interesse per la figura non si riscontra là dove ci si aspetterebbe
di trovarlo: in dipinti e in sculture di tipo tradizionale. Il
rinnovato interesse per la raffigurazione, in accordo alle tendenze
sociali e tecnologiche che lo stanno alimentando, è concettuale
piuttosto che formale. La nuova arte figurativa sta emergendo
attraverso il canale dell’arte concettuale, della Body Art e delle
performances che hanno scandito gli ultimi anni sessanta e i primi
anni settanta, anziché attraverso la tradizione della pittura
figurativa. Analogamente all’avanguardia della nostra società
molti degli artisti più interessanti delle giovani generazioni si
confrontano con le nuove concezioni del corpo e le nuove definizioni
dell’io. Essi tentano cioè di rispondere con il loro particolare
linguaggio agli stessi interrogativi concernenti le nozioni
tradizionali di sesso, sessualità, identità. (J. Dicht, 1992)
Crediamo
che L’estetica postmoderna o oltremoderna di Deleuze e Haraway si
inserisca nella linea tracciata dalle performance e rischia
altrettanto la cattura se non messa in movimento/opera. Per una
Rebecca Horn che produce opere c’è una Marina Abramovic che ripete
se stessa, insegnando “ai suoi ragazzi” come ri-presentare,
rappresentando, le antiche performance della sua storia con Ulay. La
rappresentazione è ciò che definitivamente cattura ogni possibilità
di fuga, l’evocazione è ciò che crea nella possibilità la linea
possibile. Cos’è un cyborg se non un’evocazione tanto
dell’essere umano quanto della macchina? In ironia e sincronia con
la posizione di Haraway ci poniamo non rappresentando una vera
possibilità, un’unica via, ma un insieme di opere che secondo noi
hanno tracciato, in questa breve storia dell’estetica e della
performance, la reale critica al sociale, alla struttura,
all’istituzione, all’accademismo, alla natura. E che non sono e
non saranno le sole.
Sitografia
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1
Primato che fa così coincidere la percezione estetica con la
percezione meramente visiva, e che costringe la visione a non
svilupparsi più come un processo visivo (sembra sparire così la
possibilità di immaginazione) quanto piuttosto come un’apparizione
limitata e puntuale di un “oggetto estetico” già definito (e
riattivando dunque la necessità di spazi “riconoscenti” di tali
oggetti)
2
Cfr. Adorno
3
la
prima citazione presente in “Mille Piani” di G. Deleuze e F.
Guattari è proprio di Jünger
4
Cfr.
G. Deleuze e F. Guattari, 2014
5
R. Braidotti, “La molteplicità: un’etica per la nostra epoca,
oppure meglio cyborg che dea” in D. Haraway, 1995
6
R. Braidotti, “La molteplicità: un’etica per la nostra epoca,
oppure meglio cyborg che dea” in D. Haraway, 1995
7
R.
Braidotti, “La molteplicità: un’etica per la nostra epoca,
oppure meglio cyborg che dea” in D. Haraway, 1995
8
Cfr.
sulle morti ottocentesche in “1. Breve cartografia estetica nel
processo veritativo occidentale: da Galilei ad Hegel, da Jünger ad
Haraway”
9
Il
titolo dell’opera di Jünger è “Der Arbeiter”, cioè “Il
lavoratore”. Nell’edizione de “L’operaio” di Guanda, il
traduttore ritiene però opportuno specificare in nota a pagina 41
come “l’identità di etimo di Arbeite Arbeiterè posta in ombra dalla traduzione italiana, pur senza perdersi del
tutto”. Il problema tra lavoratoreed operaioè dunque particolarmente intricata
10
Ci sembra che venga meno la peculiarità propria di ogni nazione a
favore del globalizzato mondo dalla tradizione comune in nome del
lavoro
11
Ci
riferiamo alla fine del binarismo per
Jünger:
“[…] l’eresia si nutre della fede nel dualismo del mondo e
delle sue maniere di pensare e di agire. Questa è l’eresia
generale rintracciabile ancora nei sistemi filosofici materialistici
e spiritualistici che si combattono, e in essa si riconoscono, senza
eccezione, tutte quelle forze tra loro molto diverse il cui ideale
segreto, potentemente accelerato dalla fine della guerra […]. Da
questo dissidio di grado superiore derivano tutte quelle velenose
contrapposizioni di potere e diritto, sangue e spirito, idea e
materia, amore e sesso, uomo e natura, corpo e anima, braccio
secolare e braccio spirituale – contrapposizioni tipiche di un
linguaggio che dobbiamo giudicare una lingua straniera. Di queste
contrapposizioni si alimenta oggi, dopo che esse hanno perduto la
loro originaria forza corrosiva, l’interminabile discussione
dialettica che si conclude nel nihilismo, consueta scappatoia
universale”, in E. Jünger, 1991
12
“Se
dunque la critica del nostro tempo accerta l’avanzato declino e lo
riveste di simboli, le sia concesso tale accertamento. È un
giudizio che comunque può pretendere d’essere valido soltanto per
il tempo a cui la critica stessa appartiene. Il compito da essa
assunto è la descrizione dell’immensa vicenda di morte di cui
siamo testimoni. Questo morire è relativo al mondo borghese e ai
valori che esso ha governato. Eppure, oltrepassa i confini del mondo
borghese, poiché il borghese, in sé, è soltanto un erede, e
null’altro che un erede, e il suo declino rivela che un’eredità
molto antica è stata dilapidata”, in E. Jünger, 1991
13
Lea
Vergine, Il
corpo delle immagini nel mondo,
in C. Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994
14
Cfr.
C. Christov-Bakargiev in C. Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994
15
Cfr.
C. Christov-Bakargiev in C. Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994
16
Cfr.
C. Christov-Bakargiev in C. Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994
17
Cfr.
libro fotografico “Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del
nostro tempo”, a cura di M. Guerri, 2007
18
Dimensione
che manca necessariamente nel momento in cui il filosofo tedesco
osserva e critica l’estetica dal punto di vista di un’aristocrazia
morente, che vede avverarsi l’ideologia borghese del “tutti
uguali” soltanto nel momento in cui quest’ultima si presenta in
contraddizione con l’Individuo Eroico; tralasciando l’esplosione
di soggettività che, dal polo opposto, criticano e mettono in
risalto proprio la falsità dello stesso slogan egalitario. Tale
movimento è inverato dalla morte non tanto dell’Arte quanto dalla
sua stessa istituzionalizzazione che tralascia il momento sonoroin quanto immediato riferimento ad un piano in divenire
19
Performata
in: Stabilimenti Safa Palatino, Roma, interpretata dagli Allievi
dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico,
1971; XXXVII Biennale di Venezia, con gli Allievi del Teatro
Universitario Cà Foscari, 1974; Performing Garage, New York, con
gli Allievi del Drama
Departement della
New York University, 1979; Inside
out,
Museo Pecci, Prato; Retrospettiva di performances, a
cura di Ida Pannicelli, con gli allievi dell’Accademia di Belle
Arti de l’Aquila, 1993; Retrospettiva Fabio
Mauri. Opere e Azioni 1954-1994,
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, a cura di
Carolyn Christov Bakargiev, Sovrintendenta Augusta Monferini,
interpreti i giovani Docenti e gli Allievi dell’Accademia di Belle
Arti de l’Aquila, 1994; Forte Spagnolo, L’Aquila, con gli
Allievi dell’Accademia di Belle Arti de L’Aquila, 1994;
Retrospettiva Das
Böse und das Schöne,
Kultur House, Klagenfurt, a cura di Arnulf Rohsmann e con gli
Allievi dell’Accademia di Belle Arti de l’Aquila, e Susanne
Bakargiev per le parti recitate in tedesco, 1997
20
Performata
in: Centro
Multimediale Quarto di S. Giusta, Accademia di Belle Arti, L’Aquila,
1989; Galleria Carini, Firenze, 1990; Inside
out,
Museo Pecci, Prato; Retrospettiva di performances, a
cura di Ida Panicelli, 1993; Retrospettiva Fabio
Mauri. Opere e Azioni 1954-1994,
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, a cura di
Carolyn Christov Bakargiev, sovrintendenza di Augusta Monferini,
1994; dOCUMENTA (13), Hauptbahnhof, Kassel, direttrice Carolyn
Christov Bakargiev, 2012
21https://vimeo.com/58614962
22https://www.fabiomauri.com/opere/performance/che-cosa-e-il-fascismo.html
23https://vimeo.com/59134797
24
“Che cos’è la Germania? E l’Europa? Che significa essere
Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40?”,
https://www.fabiomauri.com/opere/performance/che-cosa-la-filosofia-heidegger.html
25
https://www.fabiomauri.com/opere/performance/che-cosa-la-filosofia-heidegger.html
26
Questa idea sembra accompagnare soprattutto l’arte pittorica, in
cui nel limitato spazio di una tela appare, appunto, l’opera –
per quanto sia applicabile tanto al campo musicale (riproduzione di
brani singoli) fino a quello dell’architettura (occupazione di
spazio definito)
27
Trascendentale proprio in funzione del suo carattere universale,
capace cioè di essere colta singolarmente da chiunque fruisca
dell’opera, senza però con ciò conferirle un carattere generico
(e generalizzante) di opera bella
28
“Blocco
di sensazioni, ossia un composto di percetti e affetti”, in G.
Deleuze e F. Guattari, 1996
29
Ma assolutamente non vitalistica, l’opera possiede anche la
propria fine – come un brano musicale
30F.
T. Marinetti, Emilio Settimelli, Bruno Corradini. Milano, 11 Gennaio
1915
31
C. Christov-Bakargiev e M. Cossu, 1994
32
M. Calvesi, 1985
33
Per incasellamento intendiamo l’istituzione, più classica,
museale e le gallerie d’arte che, nei decenni che si susseguirono
nel ‘900, vennero difese, celebrate e rigettate dagli artisti,
oscillando da una posizione di apparato di cattura a una posizione
di luogo di possibilità altre