Hubert Selby Jr.
Requiem for a dream





Junger, quel filosofo considerato fascista dai più, affermò come la nostra capacità di sopportazione del dolore – guardando certe immagini, udendo certe storie, leggendo certi racconti –  sia conseguenza del nostro aver razionalizzato (male) il dolore stesso non come necessità della vita, ma come evento traumatico estraneo alla vita stessa, che ci coglie di sorpresa quelle due o tre volte di troppo durante un lasso di tempo x. Sviluppiamo così una notevolissima capacità psichica d’estraneità al dolore, proprio in quanto sempre appartenente agli altri e non a noi. Sarebbe questa la causa del panico (tutto novecentesco – e da lì in poi) di significare il dolore e la morte come gli unici veri nemici da combattere e dal quale difenderci a tutti i costi. Questa premessa sul dolore è a noi utile per capire un lavoro come quello di Hubert Selby Jr, edito Fazi Editore: Requiem for a dream. 
C’è Sara: casalinga ebrea tutta dieta e televendite, un marito morto e un figlio monello, ma tanto caro.
C’è Henry: il figlio monello, ma tanto caro, che ciondola per le strade newyorkesi in cerca di continue dosi di eroina.
C’è Tyrone: l’amico sporco negro di Henry che può entrare da solo nel Bronx dei sporchi negri perché sono tutti negri e sporchi come lui.
C’è Marion: la bellissima e cinicissima fidanzata di Henry, tutta opinioni intelligenti e creatività.
Le vicende psichiche e personali dei quattro personaggi si snodano nell’arco di tre stagioni: il caldo estivo darà inizio a quella che sembra, per tutti, quasi una svolta vitale, un rinnovamento, un cambiamento definitivo, che si riveleranno invece sterili vicende autoimplodenti, nel gelo invernale, senza possibilità alcuna di soluzione.
Non è tanto e realmente importante quello che accade all’interno della storia. Non è importante che qualcuno chiami Sara per informarla della sua prossima partecipazione a un programma televisivo che le cambierà il quotidiano in modo irreversibile. Non è neanche importante tutta quella critica sociale che Selby fa nel momento stesso in cui la bellissima e intelligentissima Marion va a letto con i propri psicanalisti, ad affermare l’irrisorietà del freudismo e di tutto quel parlare. Non è neanche importante che gli psicofarmaci sostituiscano blandamente l’eroina, per calmare Hanry e Tyrone da tutto quel dolore da crisi d’astinenza e quotidianità. Nulla di questo è importante sebbene crei l’evoluzione di fatti e misfatti che compongono il libro. E se vi sembra che il mio dire “non ha importanza” sia un giudizio altezzoso e distaccato che quasi con cinismo denigra le banalissime esperienze di persone a loro modo disperate, posso invece affermare come capisca e senta i tremiti dei quattro, mentre prendo a mia volta, proprio adesso mentre scrivo questa recensione, una dose non del tutto pediatrica di Lorazepam per scacciare il ronzio muscolare e cerebrale, accompagnato da tachicardia, conseguenza della mia personalissima incapacità di gestione emotiva non solo del mio dolore, ma anche di quello degli altri, e che mi trova impotente e incapace durante e dopo questa avvilente lettura. Un’incapacità, la mia come la loro, che questo libro non solo sottolinea in modo evidente, ma che elimina qualsivoglia giustificazione a tutti quei modi che abbiamo per non vivere la vita, credendo “ogni giorno” come una “preparazione alla vita” che, rimandando di ora in ora, non portiamo mai a compimento. Non c’è un giudizio severo, dunque, nel descrivere brevemente le vicende personali dei personaggi: in sé non hanno rilevanza alcuna e sono solo un pretesto per far venir fuori le fragilità insite in ognuno di noi.
Tossicodipendenza, psicofarmaci, psicoanalisi, televisione, cultura, sesso, prostituzione, amore, creatività, alimentazione, dieta dimagrante, progetti per il futuro, amicizia sono alcune delle sostanze creanti soggezione: in 260 pagine Selby ci parla della vita non parlandoci di nulla. Le ossessioni dei personaggi, causate non solo dalla dipendenza da sostanze, sono il principio di pensieri muti che danno modo e adito a dialoghi altrettanto muti in cui, pur parlando di tutto, non si sta effettivamente parlando di alcunché. L’impoverimento sintattico dei periodi (mancanza di dialoghi, eliminazione di virgolette e degli stacchi da un personaggio all’altro, ecc) è la magistrale messa in atto della povertà contenutistica (che elimina definitivamente quelle vaghe accezioni positive che libri/film quali Trainspotting avevano dato alla figura del tossicodipendente o del dipendente in sé). Rimaniamo totalmente sbigottiti e intontiti davanti alla pochezza persino della frase più arguta di Marion e, chiudendo il libro, chiudiamo un volume ben scritto che non ti lascia se non un vuoto incolmabile. I personaggi parlano con se stessi e con gli altri senza dire davvero e sono pochi i frangenti di verità che, ingestibili da sostenere, vengono ricacciati in qualche parte del proprio interno, correndo a cercare una qualsiasi droga che ci distragga dal vero, da noi, dall’autenticità, continuando a illuderci di vivere una vita che aspettiamo di consumare, consumandoci nel frattempo.
Importante, a completamento di questa disarmante lettura, è la visione dell’omonimo film, diretto nel 2000 da Darren Aronofsky. Sebbene tra stesura del libro e direzione del film ci siano circa 25 anni di scarto, ci rendiamo conto di quanto sia effettiva l’attualità della tematica presentata (il niente nelle sue più ampie considerazioni), non confinandola ad un solo tema e ad un solo periodo, ma estendendola a più che ad una problematica generazionale, come qualcosa di inscindibile dalla vita stessa dal momento in cui l’uomo ha rinunciato al proprio ethos in cambio di un’apparente sicurezza per e nella sua vita. Aronofsky propone in immagini, senza pietà alcuna per il fruitore, l’involuzione psichica dei personaggi, dando corpo a una psicosi collettiva, appiccicosa e delirante, dal quale non possiamo sottrarci e che spezza, divenendo eccezione, quel che Junger affermò in modo così categorico e creando in noi quel trauma dal quale tentiamo di rifuggire ostinatamente.

Pubblicato a luglio 2018