Henry Miller
Opus Pistorum
Avevo diciannove anni. Entrai in libreria, salutai Fabrizio e gli chiesi Opus Pistorum di H.Miller. “Marta, non sei un po’ piccola? Io l’ho letto lo scorso anno ed è stato difficile, molto”.
Testarda, lo comprai ugualmente perché “La vita ti scova nei posti più strani e reconditi. E te ne capitano, di cose! Ma questa però…” (pag.9). Questa riguardava una ragazzina dalla fighetta nuda e dal culetto fremente che, abituata da chissà quanto, si strusciava su una prostituta e sul padre (educatore) in una nudità bagnante. Il narratore è Alf, un americano a Parigi che ci racconta la città da un punto di vista eccentricamente ed esclusivamente sessuale, il cui problema morale espresso a pagina 13 – “Cosa provavo io?” – è promemoria per il lettore, smarrito e avvilito (da se stesso e dalle proprie reazioni) davanti ad ogni racconto.
Lessi avidamente il testo. Trovai incredibili tutti i modi in cui si possono nominare genitali maschili/femminili e i liquidi da ambedue rilasciati (succo, il mio preferito). La perversione delle storie che si accavallavano e susseguono in modo acceleratissimo narrano tutte quelle esperienze sessuali di e tra nani/animali/prostitute/bambine/preti in orge/violenze sessuali/abusi/copulazioni classiche. Il fil rouge o forse l’ossessione di Miller fu certamente l’omosessualità femminile e la pedofilia, per il quale la sua scrittura non si risparmia, attentissima ai dettagli in descrizioni di certe anatomie e certo linguaggio sporco.
Era tutto moralmente sbagliato, degradante, umiliante, deprimente nella mia visione di ragazza non libera sessualmente. Eppure, sebbene moralmente sbagliato, degradante, umiliante, deprimente, non potevo non considerare il tumulto e il fremito della carne mia nel leggere certe scene o parole (fichino liscio, fessurina) e notai con mio estremo imbarazzo che lo scopo di Miller era proprio mettere il lettore davanti alla propria natura istintuale che vede nel sesso e nella sessualità tutta la massima espressione della brutalità e della bellezza, contemporaneamente. Esclusi i giudizi di morale: la naturale istintualità sessuata propria dell’essere umano è bisessuale e svincolata da precetti di qualsivoglia genere. Tutti i “però” circostanziali sono conseguenti al necessario inserimento sociale per cui “la pedofilia però è sbagliata”, “l’incesto però è contro natura”, ad esempio. Certo, ci rispondiamo, mentre iniziamo a toccarci.
Questo ricordavo della mia lettura di quasi ventenne. Ma tra la prima e l’attuale son passati 10 anni di accumulo di esperienze sessuali/amorose/interpersonali, liberazione, fallimenti. E sebbene le prime pagine furono come le ricordavo, pregne di tensione e conseguente autoerotismo, man mano che proseguivo mi sovveniva una frase detta da chissà quale scrittore secondo cui bisogna immaginare ogni mostruosità e meschinità per esser capaci di pensare davvero. La lettura mi diventò indifferente e il centro dei miei pensieri divenne non tanto la storia narrata, ma il perché di questo tedio, il cui motivo è “la miseria che ho riconosciuto in me”.
Alla mia età si può certamente ancora vivere con l’ingenuità di credersi speranzosi e agli albori della propria vita e delle proprie esperienze. Ma ci sono casi come il (personalissimo) mio in cui si è costretti, per necessità, a guardarsi indietro e non aver paura di affrontare lo smarrimento che provocano le macerie e i fallimenti della propria vita. Ogni relazione conclusa diviene un grumo di piccoli ricordi ammonticchiati e polverosi da qualche parte, là: gli amici, gli amanti, la famiglia. Nulla di salvabile. Forse qualcosa. In quest’ottica molto concreta di visione e giudizio delle proprie miserie, i racconti delle miserie degli altri diventano nient’altro che una compagnia alle proprie e in questo non può esistere spazio per l’eccitazione, ma solo un’esasperante consapevolezza che sia non più un altro da sé, ma un in sé. Completamente. La noia provocata dalla lettura è la medesima che provo a far spallucce alle miserie mie, ricordandomi che anche io, come Alf, come tutti (qualora i tutti riuscissero ad ammetterlo a loro stessi) non siamo altro che questa contraddizione umana in cui per rendere possibile la natura bisogna necessariamente andar contro natura.
Ve ne auguro la lettura, se non altro per vivere ambedue le sensazioni di un libro “impubblicabile che si può leggere”, come ci disse Ezra Pound.
Pubblicato ad aprile 2018