Anna Giurickovic Dato
La figlia femmina




Copertina di La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato


E decisa a fare il mio dovere di lettore presso di lei, se lei faceva il suo dovere di scrittore presso di me, voltai di nuovo la pagina e lessi…

Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”, Feltrinelli.


Lessi.
Lessi di Maria, bambina “molto speciale”, a detta del padre; così speciale da essere abusata “prima lentamente, poi con determinazione” (pag.15) dallo stesso per chissà quante identiche notti.
Lessi di questo padre, Giorgio, un ambasciatore in terra straniera, niente affatto stupido, dalle parole della moglie: “Giorgio non è mai stato un uomo caloroso, ma sembrava saldo. Aveva un tono autoritario che amavo, […] e se diceva un sì o un no, quelli erano proprio un sì o un no, mai significavano altro. Rifletteva a lungo […]. Chiunque ne parlava bene e, insieme, ne era intimorito. Le sue parole non erano mai gentili, ma secche e studiate dalla prima all’ultima, la tonalità della voce e il timbro si adattavano alla perfezione. Eppure era rimasto un bambino. Tutto questo strutturarsi era un proteggersi” (pag.23). E lessi, infine, di questa moglie Silvia dalla bocca d’essa stessa che sviluppa la narrazione su di sé e sulle vicissitudini della sua famiglia in un sali e scendi di ricordi, rimandi, profumi e sapori, canzoni, fotografie molto ben descritte che consentono al lettore di avere un’idea chiara e particolareggiata di ciò che sta accadendo. Il racconto è strutturato bene, i ricordi sono molto chiari e lei sembra così scioccata da questa situazione! Povera Silvia, a tutta prima.
Però.
Esiste un termine molto bello all’interno del dialetto siciliano: “niegghia” o “neglia”, che certamente Anna Giurickovic Dato conosce, essendo catanese. La traduzione vuole che il termine stia a significare “nebbia” e, sebbene nella forma dialettale gli si addica una più avvolgente significanza di contenuti ed apparenza, posso comprendere tanto da spiegarvi la valenza di questa nebbia. Si definisce neglia quella persona senza polso, così estranea a se stessa – per certi versi – e così innocente [in senso pasoliniano (“La sequenza dei fiori di carta”)], e ingenua da esser tutta presa, inconsapevolmente, dagli affarucci propri, quelli piccoli piccoli, quelli del “mi basta l’odore del caffè la mattina per essere felice” (ma come potervi credere?) e che ama profondamente l’ “autorità” (e non la possibile autorevolezza) del proprio marito, di modo che questo suo – di lui - “esser così” compensi il proprio – di lei - “non esserci affatto”, se non per troppo breve tempo, all’interno della realtà, dei rapporti, dei dialoghi, sempre “da eterna vittima di un sopruso”.
Più in là nella lettura, Silvia continua a parlarci di Giorgio e ci racconta, ad esempio e tra le altre cose, di quanto abbia “sofferto” in un certo qual modo perché l’allora fidanzato, molto prima di essere futuro marito, non volesse avere rapporti sessuali con lei, rimanendo fermo e casto nelle loro dita dolcemente intrecciate. Ok, lo so: dovrei concentrarmi su questo strano Giorgio dalle ipocrisie nei confronti della sua vita, ma soprattutto  mascalzone e porco che abusa della figlia. O sarebbe più giusto parlare di Maria, poverina essa stessa, che da bambina ritroviamo tredicenne, una ninfetta di tutto punto, che allarga le gambe quanto basta per sedurre il nuovo compagno della madre. Invece mi ossessiono su Silvia e su quelle dita innocentemente intrecciate nella sua incredulità muta.
Silvia, ma come hai fatto a sposare un uomo a cui non hai mai chiesto perché non volesse venire a letto con te i primi tempi? Di cosa avete parlato in tutti questi anni? Perché lo hai sposato? Dove diavolo sei stata con la mente – oltre che su te stessa – nei giorni che trascorrevano? E non ti giudico tanto perché non hai capito subito che tuo marito avesse una disfunzione sessuale patologica, non potrei mai farlo, ma per tutto il resto sì. Sì, Silvia, ti giudico. Mi racconti, con una certa vittimismo, che non hai capito ciò che stesse accadendo tra tuo marito e tua figlia. E mi si stringe il cuore e mi vien da perdonarti, davvero: non sei né la prima né l’ultima donna a cui è capitato e purtroppo continuerà a capitare una situazione tanto sgradevole quanto innaturale. Ma nel tuo racconto smaliziato e innocente su Maria, questa Maria tredicenne così sofferente da sedurre il tuo nuovo compagno (che per la cronaca, fattelo dire, è davvero un porco, tanto da farmi chiedere se non sia tu a cercarteli e volerli in un certo modo, questi uomini, e che di certo non mi farà dire in modo assolutamente semplicistico che tutta la categoria maschile sia quel genere di uomo istintuale e animalesco e patologico: non ci casco al tuo cliché!), tu cosa fai? Apri la porta della tua casa romana, trovi tua figlia per come l’hai lasciata, in un groviglio di coperte con scoperti soltanto i suoi piedi bianchissimi, come hai detto tu, e la lasci là. Lei decide autonomamente di lasciare la scuola e di svolgere una vita da reclusa in casa, senza amici né socialità, né quotidianità spicciola e tu cosa fai? Niente. Accetti di buon grado la situazione, con una dose minima di malincuore per farti dire che tutto sommato stai recuperando come madre, certo. E sogni solo che un ragazzetto dalla strada le faccia la serenata, a Maria, ma non chiami un terapeuta, non chiami uno psichiatra, non prendi un provvedimento seppur minimo. No. Vivi solo le tue fughe notturne d’amore con il tuo amante da cui scappi per fuggire dai tuoi sensi di colpa balordi e aggravati nella loro reiterazione della solitudine che imponi a Maria, lasciandola forse non tanto (e non solo – almeno) con i mostri e i fantasmi degli abusi di tuo marito, ma nella sua personalissima consapevolezza che tu, come persona, forse, Silvia, vali meno di quanto hai voluto dirti e hai voluto dirmi, con tutte quelle mani battute sul petto.
Non mi piaci, Silvia, ferma, lì, a far finta di niente. E non ti credo quando, nelle ultime pagine del libro, fai la risoluta e mi fai intendere che da quel momento tutto cambierà, perché non cambierà nulla, lo sai anche tu e mi stai ingannando, stai ingannando me che ti ho ascoltata per 183 pagine. Stai ingannando anche te stessa. Stai ingannando anche Maria e non è lei a ingannare te, a prendersi gioco di te, quando fa la smorfioncella con Antonio. 
E so anche che io adesso consiglierò questo tuo racconto di ricordi a tutti quelli che leggeranno questa recensione e quel che mi auguro, Silvia, è che nessuno di loro (e spero siano tanti, questi loro, a comprarti e leggerti, perché Anna Giurickovic Dato se lo merita), nessuno di loro, Silvia, ti crederà, come non ti credo io, ora.