Roxane Gay
Fame




Copertina di Fame di Roxane Gay


Spero che, condividendo la mia esperienza, unendomi al coro di uomini e donne che condividono la loro esperienza, più gente provi il giusto orrore per l’enorme sofferenza che nasce dalla violenza sessuale, per le ripercussioni anche a lunghissimo termine che ci possono essere.

Qualche tempo fa ero su uno di questi gruppi di scambio teorico. Qualcuno chiese informazioni su Roxane Gay, in particolare sul libro “Bad Feminism”. Una femminista disse che era un libro di cui si può fare a meno.
Sono nate in me due domande:
  • Si può davvero fare a meno di un libro?
  • Si può fare a meno del punto di vista di una femminista che parla della sua esperienza e che, nella fattispecie, sottolinea come sia meglio essere una cattiva femminista che non esserlo affatto, abbattendo una certa ideologia di osannazione degli idoli?
La risposta è la Gay stessa che ce la dà, con la sua autobiografia: “Fame”, edito da Stile Libero Einaudi.
Un libro non richiesto, scomodo, scritto come un libro non dovrebbe essere scritto, canonicamente. Frammentato fino all’inverosimile, scandagliato in capitoli brevissimi seguendo uno schema caotico di ritorno su se stesso del discorso: è così che Gay affronta “la cosa terribile” della sua vita, lo stupro da parte di un branco di ragazzi.

Erano ragazzi e non ancora uomini, ma sapevano già fare danni come gli uomini.

A questo è conseguita una necessaria fortificazione del suo corpo, per renderlo solido, gestibile emotivamente, ripugnante per gli uomini, ingrassando inverosimilmente.
Gay è un’autrice che dovrebbe essere letta non tanto perché le sue sono parole dal lirismo eccezionale, ma perché, come lei stessa dichiara, pone se stessa in un racconto reale, senza romanzamenti di specie, cercando di analizzare, non solo con la decostruzione, la società in cui è inserita, vive, si muove, nel suo grande e goffo corpo di cui certo non può sbarazzarsi. Il suo stile, in questo libro, è davvero interessante perché riflette la dinamica ossessiva e ripetitiva che soltanto le persone che hanno subito delle violenze sanno riconoscere: cercare divagazioni possibili, riconcentrandosi e ritornando sul discorso di cui non vorremmo parlare, ma da cui è partito tutto. Sono schegge di linguaggio che ci colpiscono e stordiscono per la lucidità con cui vengono posizionate e poste davanti ai nostri occhi. Gay si prende la responsabilità, in linea con il suo pensiero, di non essere un esempio per gli altri, ma di essere una voce che possa generare una presa di coscienza e di impegno in chi ascolta. 
Passando dalla dinamica da diario personale allo sfogo emotivo, dalla riflessione sulla grassofobia dei medici alla popolarizzazione del grasso nelle televisioni americane, l’autrice ci mette in una condizione incondizionata di ascolto. Ci stanchiamo della sua palese stanchezza, piangiamo con lei delle sue lacrime, ci interroghiamo sul senso di spaesamento che la vergogna produce. Ma soprattutto questo libro ci pone in termini critici davanti ai nostri corpi, allo spazio che occupano sia a livello sociale che nella sfera privata, questione a cui non avevo mai posto la giusta attenzione perché, avendo anche io subito un abuso, ho avuto una reazione uguale e contraria a quella di Gay, smettendo di sentire il mio corpo del tutto e, di conseguenza, perdendo la capacità di farlo parlare di sé nei luoghi da lui occupati. “Smisi di guardarmi allo specchio perché non provavo altro che senso di colpa e vergogna quando lo facevo”.
L’insistenza sull’aspetto familiare occupa molta parte del testo: le contraddizioni dell’amore, dell’ipercontrollo, del giudizio, sono narrati in una accezione asfissiante come solo i rapporti familiari sanno esserlo. Cosa dobbiamo sopportare in nome dell’amore? Quanto dobbiamo ringraziare in nome dell’amore? Quanto dobbiamo sopportare in nome del non abbandono genitoriale?
Gay, donna bisessuale, nera e femminista, ci insegna senza la pretesa di insegnare (sebbene faccia questo nella vita) come le domande e l’analisi siano più importanti delle risposte: “il desiderio di dimagrire viene considerato una caratteristica predefinita della condizione femminile: che cosa dice, questo, della nostra cultura?”
Affinché tutt* si metta a critica.
Affinché tutt* sia abbia la consapevolezza della propria voce.

Ripenso ad alcune delle mie relazioni e penso: Almeno nessuno mi ha picchiata. Riconoscente per il minimo sindacale. Da allora non ho mai avuto una storia che mi costringesse a nascondere lividi non consensuali. Non ho mai avuto paura di morire. Non mi sono mai ritrovata in una situazione senza uscita. Dunque sono fortunata? Considerate le storie di altre donne, sì, dunque sono fortunata.
Non è così che dovremmo misurare la fortuna.
[…]
Oppure penso alle testimonianze di altre donne che ho sentito negli anni, donne che osano raccontare le loro verità ad alta voce: < Ecco che cosa mi è successo. Ecco come mi è stato fatto del male >. Ho pensato a quante testimonianze si chiedono alle donne, e tuttavia c’è ancora chi mette in dubbio le nostre storie.
C’è chi ritiene che siamo fortunate perché siamo, presumo letteralmente, vive.
Io sono stufa di tutte le nostre tristi storie: non di sentirle, ma che ne esistano da raccontare, che ne esistano così tante.


Pubblicato il 3 marzo 2021.