Francesca Polizzi, la rovina come forma: a Palermo la mostra Lunaria


Rizzuto Gallery, Palermo



La nuova mostra di Francesca Polizzi alla Rizzuto Gallery di Palermo esplora il concetto di rovina naturale e artificiale, tra colonne, volte rovesciate, feltri e ceramiche



Perché Lunaria? «Lunaria prende il nome dalla pianta, il cui nome scientifico è Lunaria Annua,  trasposta in una delle serie di lavori all’interno della mostra. Noi la conosciamo sotto forma di pianta ornamentale composta da rami secchi e dischi tondeggianti opalescenti non perfettamente regolari. La chiave di questa suggestione raccorda tutti i lavori in mostra, la forma di questa pianta si rivela infatti nel momento in cui la pianta ultima tutto il suo ciclo vitale. Diventa quindi una reliquia di se stessa, una rovina naturale, quello che resta è la forma». Due opere in mostra ne sono dimostrazione.
Ernst Junger scrisse due testimonianze di viaggio: Viaggio in Sicilia e Terra Sarda. Nella prima è estasiato da come la natura abbia inglobato gli edifici quasi a creare una struttura altra, una stratificazione di tempo e materia, come se quel posto non potesse esistere, ad oggi, se non in quel modo strutturato di essere natura e pietra. Differentemente, nella seconda, Junger è molto duro con le fortezze tedesche sarde che modificarono grandi tratti di costa e «Il loro aspetto tradisce l’intenzione di durare assai più a lungo dei momenti bellici», per cui «Resta da sperare che l’eczema di questi blocchi corrosi finisca per convertirsi in una patina […]. La natura ha sempre l’ultima parola».
Traccia, segno, impronta, sono tutti elementi che ritroviamo, oltre che in Nonumento di Andrea Pinotti, anche in Francesca Polizzi: natura, umano ma soprattutto “rovina”. Come per Junger, Polizzi mette a confronto la rovina naturale dalla rovina umana, tenendo sempre conto che l’architettura naturale e umana hanno sempre l’ultima parola: «Connesso a questo tutte le opere di fatto seguono una doppia traccia tra rovine naturali e rovine che derivano dalla storia dell’uomo. Rovine di architetture e rovine ibridate con forme organiche», ci dice Polizzi.
Le chiedo innanzitutto perché e quali siano le differenze tra le colonne, la volta rovesciata e i quadri appesi, come si coniuga tutto: «Uno dei punti è la rovina, ma anche la costruzione di una forma che è struttura e architettura». La rovina è padrona di questa esposizione che si tiene alla Rizzuto Gallery di Palermo, intitolata Lunaria e che riflette sul concetto di architettura, di quel che rimane, di quel che si può assemblare, di quel che diventa effimero e di cosa invece rimane impresso nella nostra mente e nello spazio della galleria, in un white cube. Il white cube si presta perfettamente alle opere di Polizzi che si espongono, monumentali.

Nella prima sala troviamo Volta: «La volta a crociera (intonaco e lana) assume qui un altro posizionamento nello spazio, rovesciata come un relitto. Come una scoria di se stessa, la volta conserva la propria forma, funzionale alla connessione della parte superiore con le mura, e quindi di conseguenza con il suolo. Quindi è un rovesciamento della forma e allo stesso tempo segna in qualche modo una caduta, una rovina che si riconsegna al suolo e alla sua dimensione naturale».
Molte sono anche le opere in lana infeltrita. Polizzi si occupa di tutto, dalla tosatura al lavaggio, l’asciugatura, la cardatura, il processo è anch’esso opera. «Le immagini su feltro originano da foto che scatto all’interno di grotte». Perché le grotte? «Perché di fatto sono luoghi sacri, incastonati all’interno della storia della terra. Sono elementi generati dall’evoluzione e dalla stratificazione geologica che nel tempo ha strutturato queste cattedrali con vere e proprie architetture».
E il feltro? «Per la creazione dei feltri è necessaria una cardatura molto raffinata che permette di incrociare le fibre di lana, stratificando e compattando il volume meccanicamente, permettendo l’infeltrimento. Il feltro diventa corpo, diventa luogo. Il feltro si relaziona con un’immagine come nei feltri a parete. Hanno in comune il processo di sovrapposizione del materiale e di costruzione della forma attraverso stratificazione, sedimentazione. Per me anche il feltro è struttura e architettura del tessuto stesso.  Anche se collocate a parete queste opere sono intrinsecamente scultoree, nate dalla stratificazione, dalla pressione, dalla compattazione del materiale. I vari processi pittorici sono come sedimenti nati dall’interazione e dalla relazione con altra materia, come ruggine, pigmenti o colori ad olio. La cera, con cui realizzo un encausto, permea gli strati di feltro fissandone l’immagine», ci dice puntualmente Polizzi.
Tutti i feltri sono a parete. Nell’ultima stanza due grandi e orizzontali feltri dialogano con delle colonne di resina e polvere di silice, architetture anche esse che fa della mostra una forma circolare di rimandi e ritorni di idee e di contemplazione.
Infine le ceramiche, impastate con lana, dal ricordo giacomettiano, sono forse le opere più interessanti per il nuovissimo metodo utilizzato per farle: «Non ci sono utilizzi precedenti con la stessa tecnica, se non in fase di bozzetto. Nel processo che ho sperimentato era molto gradevole per me il gesto, molto simile e familiare a quello che compio per le altre opere. Mi permette appunto di trovare la stessa plasticità, la stessa freschezza istintiva e veloce, fresca, della materia. Questo stesso tratto fibroso rimane impresso nell’opera come traccia vuota che resta visibile quando l’argilla supera la prima cottura. Le fibre bruciando lasciano il segno, l’impronta che resta di una delle materie che hanno costituito la forma».

La mostra di Polizzi risulta essere compatta, ideologicamente coerente nelle trame, nei pigmenti, nelle forme, negli inspessimenti. Un’artista che si dimostra coraggiosa, matura e intelligente nel coniugare elementi così eterogenei tra di loro.

La mostra sarà visitabile fino al 18 luglio 2026.

Pubblicato il 3 luglio 2026