Cristina Costanzo
Gibellina. Memoria e Utopia. Un percorso d’Arte ambientale




Copertina di Gibellina. Memoria e Utopia. Un percorso d’Arte ambientale di Cristina Costanzo, Mimesis, pp. 114, 11€


Tengo molto a questo libro di Cristina Costanzo, Professoressa presso l’Università di Palermo e studiosa magnifica. Dal titolo “Gibellina. Memoria e Utopia”, il testo ricostruisce quasi archeologicamente il divenire di Gibellina, cittadina siciliana, dal momento del terremoto degli anni ’60 ad oggi, nelle fasi della sua ricostruzione e costruzione della nuova cittadella e nel dialogo con le opere realizzate appositamente per essere posizionate in loco. 

Per introdursi e inoltrarsi nella lettura del libro, reputo fondamentale una premessa.
Ci sono due memoriali di viaggi compiuti da Jünger, in Sicilia e in Sardegna. 
Gli edifici descritti sono di due tipologie diverse.
Vediamolo insieme.

23 Aprile 1929. Segesta. Il tempio di incastra nel paesaggio in una compatta unità di forza selvaggia e di armonia […]. Se non ci fosse il tempio a concedere una dilazione, le forze della natura si scaglierebbero titanicamente l’una sull’altra. Il rapporto ideale tra potenza e ordine è raggiunto nella distribuzione in linea orizzontale e verticale: con la contemplazione lo spirito acquista sicurezza e quietudine. | Simili edifici sono installazioni di ordine superiore, nella cui sfera d’influenza la vita artistica ed eroica si nutre per secoli. Vi si esterna in una sola l’intera forza terrestre; in questo senso è il suolo a sospingerli, come per effetto di un processo di cristallizzazione. Si sente che tra questi edifici e il suolo c’è un’affinità; eppure sono composizioni dello spirito – perciò si tratta al tempo stesso di formazioni della potenza incosciente e di quella cosciente”. Hanno una particolarità questi edifici, queste che Jünger chiama “rovine”: “i contorni si sbriciolano e questo agglomerato solare si fonde nella lontananza con lo scenario di monti e di rocce su cui si è innalzato. Dapprincipio la patina del tempo fa invecchiare le cose, ma poi sopprime le tracce della storia e restituisce le opere alla natura. Queste diventano allora ‘edifici’ nel senso in cui con questa parola alludiamo anche alle tane e ai nidi […].

La rovina, come il tempio di Segesta, si differenzia in modo drastico da quello che sono le costruzioni dell’uomo che ci si aspetta diventino macerie, come le costruzioni tedesche trovate dal filosofo in Sardegna.

La Signora Bonaria attribuì ad essi un nome – ripete più volte ‘fortezza tedesca’ quando su un promontorio si profilò un basso e piatto fortino in forma di tartaruga, uno dei bunker con i quali la Wehrmacht modificò il contorno di grandi tratti di costa mediterranea e atlantica, trasformandoli in baluardi fortificati. Il loro aspetto tradisce l’intenzione di durare assai più a lungo degli eventi bellici, e forse in futuro si penserà che i tedeschi siano stati una specie di ciclopi e che abbiano esercitato qui il potere per decenni. Rispetto a ciò che dico, i bunker costituiscono tuttavia un’eccezione, poiché non si può immaginare come il passare del tempo possa renderli più belli. C’è in essi una sembianza tanto nuda e tanto spudoratamente brutta del nostro presente che non si sa come sia possibile redimerli dal tempo. Il loro destino non è disgregazione, ma corrosione. […] essi irradiano un’aura in cui permane qualcosa di penoso: è l’aura che grava su tutto ciò che è prodotto da tempo e non può invecchiare.

La maceria non può invecchiare; la rovina invece subisce il processo di invecchiamento della costruzione.

Questo discorso, questa differenza posta, credo sia il presupposto basilare per affrontare la realtà di Gibellina che rappresenta, come Cristina Costanzo scrive, una realtà assolutamente unica nel panorama internazionale. Il terremoto del 1968 distrusse la cittadina che divenne, con l’aiuto di Ludovico Corrao, un centro di ideale ricostruttivo e di dialogo tra territorio ed arte contemporanea. 
Il libro di Cristina Costanzo fa un puntualissimo resoconto della storia di Gibellina, dal terremoto ad oggi, delineando proprio un percorso di arte ambientale, come osservato nel sottotitolo del libro. 
L’arte contemporanea diventa il fulcro dell’ideale gibellinese, con fondazioni quali l’Oristiadi, musei di arte contemporanea, opere a cielo aperto. La documentazione di Costanzo è precisa, dettagliata e ci lascia un senso di appagamento per come la narrazione del testo viene svolta.

È presente anche il concetto di maceria, purtroppo come sinonimo di rovina. Gibellina, crollando, diviene maceria. Ma è mai stata rovina? Forse no. Forse Gibellina è sempre stata maceria, nel suo modo d’esser costituita e costruita. Una maceria pensata, in senso jüngeriano, poi crollata e ricompattata per opera di Burri. Vi è molto spazio nel libro di Costanzo all’opera “Cretto”, uno degli abomini dell’arte ambientale italiana. Burri, da molti artisti suoi contemporanei con cui ho avuto modo di parlare, considerato un furbo della contemporaneità, forse inconsapevolmente si fa portavoce dell’architettura propria del presente, quell’edificarsi che Jünger affermava non potesse mai trovare un posto naturale dentro il paesaggio, ma sempre collisione e rottura. Burri compatta le macerie di Gibellina, ricostruendo sul perimetro dello spazio terremotato un’opera che si erge a monumento dei caduti. L’opera è brutta. Non è affar del contemporaneo cercare la compiacenza estetica e della categoria del bello; il concettuale degli anni ’70 – anche se l’opera viene terminata come ci ricorda Costanzo nel 2015 – incide sul pensamento che precede l’avvio ai lavori di qualsivoglia opera presente. Il Cretto, purtroppo rappresentante della storia gibellinese, si erge in tutta la sua desolazione bianchiccia, nella sua furbizia accattivante e intelligente.
La città nuova, la nuova Gibellina viene nel frattempo ricostruita con altrettante strutture desolanti: è il meglio che si potesse fare nell’edilizia popolare di quel tempo. La problematicità nasce nel rapportarsi delle opere, fatte appositamente per la cittadina e per creare un dialogo ambientale tra nuove costruzioni e scultura concettuali, tra cui ad esempio quelle di Consagra.
Il lavoro di Costanzo è ineccepibile, scritto con maestria e professionalità, studio e amore. Ma Gibellina è brutta. Brutta come solo le costruzioni contemporanee sanno essere, e l’utopia di Corrao, un’utopia pregna di democrazia cristiana, si rivela nel fallimento visuale che è, non suscitando mai un parlare tra materiali, ma uno scontro coloristico tra opere ed edifici, tra forme, tra pensieri costitutivi.

Costanzo, studiosa tra le più brave e interessanti del panorama siciliano, per le sue ricerche e la sua professionalità, decide però di rintracciare delle linee possibili di credibilità in cui comunque voglio credere, fidandomi del suo lavoro e della sua intelligenza. Inoltre ricordiamo che Costanzo, come studiosa e curatrice, sta portando avanti un progetto magnifico nel contesto di Gibellina, “Visioni Oblique”, unica serie di opere che, a mio parere, è davvero riuscito a esprimere la complessità di Gibellina. “Visioni Oblique” è stata ospitata sia a Palermo che a Gibellina e racchiude opere straordinarie come quelle di Carollo, Ivanova, Marchica.
È possibile che la volontà di Costanzo di dare forma alla memoria e al territorio gibellinese con nuove opere che si confrontino e raffrontino con la memoria storica stia dando una nuova luce al territorio e un senso pregno e denso che dà speranza di visione persino a persone, come me, che in Gibellina non hanno trovato altro che desolazione, più che utopia.

Pubblicato a settembre 2022.