Albert Camus
La peste
Copertina di La peste di Albert Camus
Il 15 Giugno ero a
Milano. Preparavo bagagli per tornare finalmente a Palermo dopo mesi di
assenza. Il mio compagno, affaccendato anche lui, esclamò "Oh, hanno
registrato un caso di meningite fulminante a Palermo!". Allarme rosso per la
mia ipocondria, perché i problemi, finché non sono problemi "nostri",
sono solo l'ennesima notizia noiosa sentita da qualche parte, ma se era (a)
Palermo il problema, allora il problema era anche mio. Raggelata
dall'egoismo e dalla pochezza di questo pensiero, feci comunque spallucce,
continuai a preparare i miei bagagli e l'indomani partii, arrivai a casa e
iniziò un bombardamento mediatico che registrò ogni giorno nuovi casi e nuove
morti causate dalla meningite.
Giornalisti
sciacalli o meno (tanto da farmi ringraziare costantemente Giorgio Gaber per
aver scritto "Io se fossi Dio", in cui malediceva "veramente i
giornalisti e specialmente tutti"), mi resi conto di voler trovare un modo
per non farmi trascinare da una nevrosi da contagio che stava coinvolgendo
tutti e in cui tutti (o quasi) caddero. Era l'alba di un giorno a caso e
decisi di combattere la mia ipocondria, il mio egoismo concettuale, la paura di
un'ipotetica trasmissione, leggendo il libro che più di tutti, pensai, avrebbe
potuto aiutarmi in quel preciso momento: "La Peste di A.Camus"
(Edizione Bompiani). Lo aprii e lessi, a pagina 30, che "I flagelli,
invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti
piombano sulla testa" e mi sembrò così strano che invece noi si stesse
facendo tutto il contrario e come dal 1947 ad oggi le credenze al riguardo
potessero essere tanto diverse. E lessi, ancora, a pagina 32, come "pochi
casi non fanno un'epidemia".
Non avevo certo
bisogno di Camus per comprendere questo, ma mi rendevo perfettamente conto che
l'azione del prendere dalla libreria questo libro già letto e il rileggere
attentamente le sue parole, mi mettevano nella condizione di credere che quello
che stavo facendo era effettivamente chiedere "Ok, Albert. Tu che hai
immaginato così bene un'epidemia come la peste, proprio come Salgari ha
immaginato la giungla nera, vorrei chiederti delle cose, esattamente come le
chiederei a Salgari se dovessi fare un'escursione nelle foreste dell'Amazzonia.
E invece no. Parlo con te, ché sei il più adatto al caso, te ne renderai conto
anche tu". E se vi aspettate che questa sia una recensione che vi spieghi
per filo e per segno l'intreccio del romanzo, lo studio psicologico dei
personaggi, l'analisi del rapporto che il Dottor Rieux ha con sua moglie, con
sua madre e con i pazienti tutti, non lo farò. Non lo farò perché tutto questo
è già stato spiegato e approfondito in chissà quante tesi, chissà quante
recensioni di persone che riescono a prendere un libro e sezionarlo come un
chirurgo seziona i lembi di carne da eliminare da un paziente obeso. Non che io
non lo sappia fare, ma qua, adesso, è realmente necessario, al fine della
nostra storia e consapevoli delle centinaia di persone che già l'hanno fatto,
parlare del fatto che la storia ruoti attorno a cinque personaggi centrali, che
vivono la peste in modo diverso, benedicendola, rifuggendone, affrontandola,
annoiandosene, accettandola? E' davvero necessario scriverne così, o dire che
questi stessi personaggi non sono che la traduzione in sentimenti dei possibili
modi che abbiamo per affrontare qualsivoglia insidia, davanti ad uno scenario
disarmante come la malattia, in genere? L'inevitabilità della morte.
La questione,
credo, non sia porsi a un libro come l'annoiato che sceglie un titolo a caso
per il semplice piacere della lettura. Quello esiste, esiste anche, ma è così
riduttivo - ho imparato negli anni - farsi sopraffare da un libro per la
questione noia, perché la noia stessa si farebbe scambiare, piuttosto che
aversi, con qualsiasi pochezza di spirito e pensiero, e ci accontenteremmo di
tutto, soverchiati dalle parole. Lo puoi fare a 16 anni, quando ti stai
formando. Ma arriva un momento in cui è giusto comprendere il perché ci si
approcci a qualcosa, e il come.E dopo gli anni della formazione si arriva ad un
punto in cui, nel momento stesso in cui apri un libro, te ne freghi
dell'introduzione, della cronologia, te ne freghi di contestualizzare l'opera
all'interno della storia. Sei solo tu e c'è solo lui - O lei - perché lo
scrittore prende effettivamente corpo come fosse un fantasma e tu, aprendo il
libro, che hai aperto perché avevi delle domande specifiche da porgli, rimani
fermo, zitto e ascolti tutto quello che ha avuto la necessità di comporre.
Porsi in silenzio di fronte alle parole di questo scrittore; a tratti fermarlo
e dirgli "Ok aspetta un attimo, ti rendi conto di quanto sia grave questa
cosa che stai dicendo?", o quanto sia bella, o quanto sia importante, o
quanto sia così ovvio che ci si sente instupiditi dal non averlo pensato prima,
da solo. E allora lo ringrazi, o ti arrabbi: "Cosa stai dicendo, accidenti
a Te!". L'opera parla sempre da sola, se è davvero un capolavoro. Ti
risponde. Vivi insieme a lui (scrittore) e insieme a lei (storia). E in quelle
mattine d'Estate, tra una notizia e l'altra dei casi di meningite che
continuavano a sbucare da ogni parte d'italia, io mi ripetevo "pochi casi
non fanno un'epidemia, M., e te lo sta dicendo uno che il flagello lo ha visto
davvero". Perché scrivere è vedere davvero, aver vissuto davvero tutto
quello che non si è vissuto. E il lettore che si pone in questi termini
rispetto alle parole di qualcun altro vive esattamente allo stesso modo il
libro, la vita. E io, che stavo vivendo non un flagello, non un epidemia, ma
qualcosa che a torto o ragione volevano spacciare per tale e che venne vissuta
da tutti noi come tale, non ho potuto far altro che ritrovarmi in tutti quei
personaggi minori del libro, quelli di cui nessuno parla, la vera anima
vibrante, il prurito impaziente, lo sragionamento, gli slanci emotivi
brevissimi. Quei personaggi impauriti nel vedere il proprio caro affetto dalla
peste e il dilemma interiore di credere questo stesso caro, sì, come vittima
della malattia sua, ma soprattutto flagello della morte mia, nostra. Provai lo
stesso terrore quando il mio compagno tornava alle 4 di mattina dalla movida
palermitana, mi dormiva accanto e si affacciava lo stesso dilemma interiore, le
stesse fantasie di quei familiari, la stessa paura della quarantena,
dell'isolamento, dell'ipercontrollo mancato, la disillusione del futuro, la
consapevolezza di un eterno qui ed ora, la genuinità dei sentimenti senza
ipocriti fronzoli, l'accettazione della morte.
Leggere La Peste di
Camus ci insegna come non possa esistere un unico modo per affrontare la
malattia, per affrontare in definitiva "la" questione: la morte.
Esistono più e più modi. Qualsiasi sia, questo modo - la maledizione di dio o
l'assoluta devozione, aggrapparsi alla speranza, il cinismo compiaciuto -
rimaniamo assolutamente ignari del perché "tocchi a lui piuttosto che a
me" quella morte orrenda e se io rimango qua, in qualsiasi modo io ne
rimanga, è forse giusto che ci si occupi della vita, in tutti i qui ed ora che
ci è dato avere senza possibilità di controllo.