Intervista con C.



C. è mia sorella. La nostra non è solo una sorellanza da compagne, ma una sorellanza che è cresciuta vivendo anche insieme. Timidamente ci siamo rivelate, scoperte, abbracciate. Adesso abbiamo la conferma del nostro bene e del nostro amore. C. ha vissuto qualcosa che non mi aveva mai raccontato. Sapevo della sua esperienza in carcere, ma non me ne aveva mai parlato. Mi ha parlato dei meandri del suo cuore e del suo corpo, ma mai di questo. L’intervista è stata concordata quasi formalmente, forse per non farci male tutte e due. Da quando abbiamo parlato di questo – e ne abbiamo parlato in videochiamata – io piango. È un pianto sommesso, non di possessione di un evento, non di appropriazione. Piango perché mi sento che qualcosa fallisce in ogni tentativo di nostra lotta, ma sento anche che C. è tra le mie conoscenze un esempio altissimo di militanza, di forza, di esempio. Lei ha specificato, in una parte dell’intervista che non ho riportato perché ho voluto tenere per me, tra le nostre confidenze, come lei non voglia essere un esempio. La bellezza di C. sta proprio nel porsi come una persona, mai un esempio, mai in un modo in cui le cose sono come personalismi, ma eventualità di vita collettive. L’intervista è stata svolta all’inizio dell’agosto 2022. E la ringrazierò sempre per questa fiducia. Penso e spero che questa sia la prima di tante interviste che vorrei fare a donne e persone che hanno un’esperienza di vita che fuoriesce dalla normalità borghese, di corpi che attraversano la vita e che mai, mai, si pongono come esempio, ma come persone con cui fare comunità.



Marta: io vorrei partire, se tu sei d’accordo, da “che cos’è per te la militanza antifascista”. Che significato ha per te?

C: parliamone insieme, è una domanda importante. Che cos’è.

M: che cos’è nella tua pratica quotidiana

C: nella mia pratica quotidiana penso che sia sicuramente un tentativo – non è che detto che lo faccia, ma è quello che vorrei fare – del decostruire una serie di categorie del pensiero dominante, che in buona parte secondo me è anche fascista; penso che sia la creazione di pratiche condivise, da quello che può essere il come parliamo insieme io e te, come lo facciamo ne Il Femminile, le pratiche che si fanno in alcuni spazi collettivi

M: tu che spazi collettivi hai frequentato?

C: io sempre molto come cagna sciolta, perché ho difficoltà a stare totalmente dentro un gruppo per una serie di dinamiche, ho frequentato Neruda, un posto occupato fondamentalmente da migranti, l’Asilo occupato dagli anarchici, l’Askatasuna. La domanda che mi fai comunque mi mette in difficoltà perché mi apre tutta una serie di questioni e mi chiedo se …

M: se lo stiamo facendo! Lo capisco, anche io mi chiedo “lo sto facendo?”, “ci sto riuscendo?”, “che tipo di posizionamento ho?”. Ho pensato molto a quella discussione che abbiamo avuto quella volta a casa che mangiavamo l’insalata, su come la mia malattia mentale mi mettesse in una posizione necessariamente non privilegiata – per dei motivi ovvi – e questo è stato un prendere consapevolezza, ma dall’altro lato mi chiedo che tipo di responsabilità… o meglio, come cambiano le responsabilità per quello che si fa. Ho deciso di intervistare te non soltanto perché sei una membra del collettivo, ma perché mi sembra che tu sia, tra le persone che conosco, importantissima rappresentanza di attivismo antifascista, anche se a volte ti perdi nei meandri delle paure o dei dubbi e reputo che questa sorta di confusione che tu hai crei quella forza che ti fa andare avanti ed è una cosa che ammiro molto in te. Ti muovi tanto e il fatto di muoverti così tanto fa aprire degli spiragli su tante parti che magari non pensavi che potessero essere aperti. Ti senti di parlare del carcere?

C: sì. Ti dico anche che per me è molto importante creare reti e alleanze per combattere insieme – non so come altro dirlo – e questa è una cosa importantissima quando qualcun* sente un’ingiustizia. Questa è la cosa che mi muove tanto. Mi crea più problemi la concettualizzazione che il movimento pratico, non perché non ci pensi tanto, ma perché … non so spiegare il perché…

M: in che anno sei stata incarcerata?

C: era l’inizio del 2020. Il 13 febbraio 2020.

M: che è successo?

C: è successo che sono andata all’università per studiare. Non sapevo ci fosse un convegno dell’ A.N.P.I. – ti racconto bene proprio?

M: sì

C: c’era questo convegno dell’A.N.P.I. sulle foibe; contemporaneamente il rettore ha organizzato lo stesso giorno un volantinaggio del FUAN, che in quel periodo aveva un’aula all’università; e ogni volta che il FUAN volantina tendenzialmente ci sono le forze dell’ordine a proteggerlo. In questo caso sono arrivata all’università e ho trovato una delle palazzine circondata da poliziotti antisommossa e questi sei fascisti che volantinavano con frasi discutibili come “prima gli italiani” – questo è il livello -. C’era un gruppo di studentesse, studenti e studentu che protestavano. Era un gruppo molto piccolo. È sempre una cosa molto brutta vedere tutti questi poliziotti all’università, con i caschi, i manganelli, gli scudi. È molto brutto. È successo che un anarchico ha provato a tirare un calcio a un membro del fuan, non riuscendoci dato che era circondato dai poliziotti. È stato preso. A tratti non lo vedevamo, non capivamo cosa gli stesse succedendo. Poi si è capito che volevano portarlo via ed arrestarlo. Quindi ci siamo messu davanti alla macchina della polizia che doveva portarlo via e da dietro questa macchina, in cui moltu si sono messu con le mani alzate, è partita una carica. I poliziotti hanno iniziato a manganellarci a noi in prima fila. Come tante altre persone ho preso due manganellate in testa, forti – cosa che si vede anche nei loro video – e come reazione ho, in una giornata con reazioni impulsive, ho dato un calcio allo scudo del poliziotto che avevo davanti, poi ho dato un calcio alla macchina e a un secchio – cosa che viene imputata come se fosse chissà che -; poi ci sono stati due tentativi in cui hanno cercato di prendermi e al terzo ci sono riusciti, per i capelli, per la giacca, e lì c’è stata una fase di contesa con persone a me vicine e anche persone che non mi conoscevano che hanno cercato di opporsi a questa cosa, con le parole. Contemporaneamente è stata arrestata anche M. che non era con me in quel momento, e non stava neppure tra le persone davanti alla macchina. Ci sono stati tutta una serie di tentati discorsi e strattonamenti. E poi mi hanno portato via – sempre con delle modalità demmerda comunque -; mi hanno messa in macchina; siamo arrivati in questura che erano le cinque passate. Eravamo io, M. e S. Siamo state in questura penso fino a mezzanotte. Sono successe una marea di cose, ora non mi ricordo benissimo, comunque cose anche sgradevoli. M. aveva già dei trascorsi e precedentemente una notte si è presa un cazzotto da un poliziotto, quel giorno aveva un occhio nero per i cazzi suoi e un digossino le ha detto “Ah sei tu, la donna più picchiata d’Italia!”, io gli dico “ma che cazzo dici” e lui mi risponde “ah il cazzo, ti piacerebbe avere il cazzo!”. Parentesi di cose molto sgradevoli che mi ricordo. Poi alle 23,30 o mezzanotte ci hanno detto che ci avrebbero arrestato, cosa che comunque fino a quel momento non sapevamo. E poi a mezzanotte ci hanno portato, ognuna in una macchina diversa, in carcere, alle Vallette. Lì ci hanno preso le impronte, foto segnaletiche. Siamo entrate nella parte femminile del carcere. Ci hanno fatto spogliare, ci hanno fatto fare gli squat con lo  specchietto sotto per vedere se avevamo roba nella fica. Ci hanno tolto una serie di vestiti che non andavano bene, ci hanno levato i lacci, le scarpe perché non andavano bene come scarpe. Siamo state con le ciabatte fino all’ultimo giorno. Siamo entrate in cella che erano le tre e mezza/quattro di notte. Nessuno ci ha dato da mangiare quel giorno, tante pe dì.

M: tu come stavi?

C: come stavo io? Mah, comunque il fatto che fossimo insieme con M. – ci siamo conosciute in quel momento – è stato un punto di grande forza. Ci siamo fatte molta forza, abbiamo continuato a scherzare, pur essendo incazzate, mantenendo l’umore comunque buono. Ero incazzata, tra l’altro mentre mi portavano in carcere c’era una poliziotta che provava a parlarmi “Ah studi filosofia? Io ho studiato lettere!” e a me non andava assolutamente di parlarci perché mi fa ancora più rabbia il fatto che hai studiato e sei comunque poliziotta. Non avevo alcuna voglia di parlarci. E come stavo? Ero molto stanca. Nel momento in cui ti chiudono nella gabbia – si chiude la cella – ho voluto limitare … umh … un non lasciarsi andare a un “oh mio dio non posso uscire!” e quindi ho cercato di non pensarlo in questi termini, cercando di pensare più che altro a cosa poteva succedere, a quando sarei uscita. Era un mix di sensazioni. Mi ricordo che quando sono arrivata in cella sono crollata perché avevo veramente sonno. La mattina dopo ci hanno dato il pane, ci hanno svegliate presto. Un pezzo di pane, della frutta. Un caffè terribile o latte annacquato. E poi non mi ricordo più bene i giorni. Durante il giorno c’è questa ora d’aria, la mattina presto, se te la vuoi fare, che comunque coincide tendenzialmente con il fare la doccia, o almeno così mi è sembrato. Quindi ora d’aria, un po’ di conversazione con le altre carcerate. Ci si inizia a conoscere. C’era un bel senso di sorellanza con M., si è creato. L’acqua delle tubature era secca, ti seccava la pelle, secca i capelli. Sicuramente mi è sembrato che in generale il fatto che se non ti compri le cose o hai qualcuno che te le porti sei costretto a una grande incuria. Ci sono tutta una serie di cose che ti portano a una spersonalizzazione, direi. E poi il tempo. Il tempo se ne va completamente affanculo.

M: tu avevi cognizione di passaggi umorali dalla notte al giorno? C’erano dei momenti in cui avevi dei cali dell’umore più repentini?

C: come ti dicevo mi dispiace molto non essermi scritta delle cose. Però, da quello che mi ricordo, alternavo. Comunque cercavo di stare calma, fondamentalmente, perché mi sembrava che la cosa da fare fosse quella. È una di quelle situazioni dove secondo me se ti impalli sul fatto – o almeno io sapevo che non dovevo impallarmi sul fatto – che la gabbia era chiusa. Poi ci sono stata talmente poco, fortunatamente per me, che non ho sperimentato l’idea di stare chiusi là dentro anni. Mi sono distratta con la lettura dei fumetti e dei libri che ci hanno fatto arrivare dai collettivi – sono stati molto pronti. Il pranzo era prestissimo e la cena era prestissimo. Erano tutte cose che ti facevano perdere la cognizione del tempo. Ma in alcuni momenti è stato molto interessante, ovviamente la conoscenza con le altre carcerate. Per esempio ci stava una ragazza dell’età nostra che veniva da un’esperienza di tossicodipendenza: lei da un lato il carcere lo vedeva come qualcosa di “positivo”, anche se positivo non è la parola più corretta ed è molto eccessiva. Però lei per esempio si trovava, quando l’abbiamo conosciuta il primo giorno, era totalmente stordita perché stava prendendo degli psicofarmaci che però non voleva più prendere. Al secondo giorno anche noi le abbiamo detto “cazzo se tu non li vuoi più prendere ti devono ascoltare!”. Con lei c’è stata “l’ora della socialità” – mi sembra si chiamasse – in cui siamo andate insieme con M. nella sua cella e abbiamo visto come lei aveva decorato la cella, aveva messo un sacco di foto che le avevano mandate amici e amiche, ci ha raccontato come lì per lei fosse iniziata una relazione con una ragazza con cui aveva deciso di sposarsi – e alla fine penso che lo abbiano anche fatto perché abbiamo continuato a sentirci -. Mi rendo conto che sono un po’ disordinata.

M: tu pensi col tempo di avere rimosso alcune cose che pensavi e che sentivi perché… è stato un trauma?

C: mah, in parte sicuramente è stato traumatico. Io mi ricordo, ecco, ora che ci penso, ecco, sì, un senso di grande rabbia, un senso di grande ingiustizia anche nel rapporto con le secondine. Mi ricordo per esempio un momento in cui mi è arrivato un telegramma – l’unico che è riuscito ad arrivare – di G. – e poi ho saputo che me ne avevano mandati altri – e mi ricordo che avevo provato a chiedere alla capa secondina che c’era tipo “quando ci fate sapere qualcosa a noi?” e questa mi ha risposto proprio in modo molto freddo e patriarcale e mi ricordo che mi aveva fatto rabbia e mi veniva da piangere per la rabbia. Sicuramente mi sembrava ingiusto. Altri due momenti che ti posso dire sicuramente importanti di cui mi ricordo le sensazioni. C’erano molti momenti di solitudine mentre stavo nel lettino così. E anche il pensare cosa le persone fuori potessero pensare. In tutto questo a noi ci hanno arrestato il giovedì e il venerdì nel pomeriggio è venuto l’avvocato. Lui è stato il contatto con l’esterno e lui per esempio quello che ci aveva detto, essendo molto negativo dato che conosce il tribunale di Torino, è che ci avrebbero dato o i domiciliari o le firme o il divieto di dimora e a me aveva chiesto di scegliere cosa avrei preferito. Mi ricordo di aver pensato che avrei preferito i domiciliari, poi però ho realizzato che forse per le mie coinquiline non sarebbe andata bene. C’era un tot di tempo impiegato a pensare a cosa sarebbe stato meglio. Abbiamo anche passato del tempo a scrivere una sorta di… neanche un discorso … quasi una dichiarazione spontanea per l’udienza che poi c’è stata il sabato; è venuta la giudice – personaggio veramente disturbante– e l’avvocato ci aveva consigliato di fare noi una dichiarazione spontanea all’inizio dicendo fondamentalmente le ragioni per cui non era il caso che ci mandasse via da Torino. Il momento dell’udienza è stato sgradevole. Sì, sicuramente una serie di sensazioni penso di averle rimosse. Ah, un’altra cosa che mi ricordo è che u  giorno, dopo che avevamo cenato alle 17 e non ci stavamo più a capire un cazzo, stavamo per metterci a dormire, eravamo un po’ mosce e tristi – non mi ricordo qual era la sensazione – però c’era un po’ di desolazione in quel momento e si è iniziato a sentire fuori il presidio ed è stato bellissimo. La musica, delle canzoni che hanno messo per noi apposta e riuscivamo a sentire qualcosa di quello che dicevano. E questo mi ha fatto sentire ancora di più quanto è importante che in queste circostanze si formano vari tipi di solidarietà e fa tantissimo! Ti riporta in contatto con l’esterno, col fatto che c’è qualcuno che comunque sta con te, che non sei sola. Quello è stato bellissimo, ci ha dato un sacco di carica. E quel giorno – abbiamo deciso poi la sera – abbiamo realizzato … avevamo dei giornali e abbiamo capito che col dentifricio si potevano attaccare le cose sul muro e abbiamo fatto dei collage e delle scritte – è stato molto divertente e molto liberatorio – ed erano a sfondo politico quindi poi ci hanno fatto staccare tutto.

M e C: [ridono]

C: è stato bello. Ecco, un’altra riflessione che sicuramente ho fatto quando ero lì era sul discorso del privilegio. Io e M. stavamo lì come studentesse, ma per quanto ti puoi sentire solo hai qualcuno. Sei in una situazione più privilegiata di buona parte delle persone che erano lì. C’era questa donna, per esempio, che veniva un po’ esclusa in generale. A noi ci avevano detto mezzo di sottecchi “no perchè lei è accusata di omicidio”. Poi ci abbiamo parlato e la storia che è venuta fuori è che lei stava con questo uomo che si ubriacava – si ubriacava pure lei – però lui la minacciava e a un certo punto lei voleva andarsene, voleva cambiare casa e lui la menava, la minacciava e lui le diceva “se tu te ne vai io che faccio, io ti ammazzo” e in una di queste situazioni lei ha reagito e da lì il tentato omicidio. E ovviamente non è che non c’erano state delle denunce o cose del genere e però questa era una persona sola. Non si poteva permettere un avvocato non di ufficio. E quindi una cosa a cui ho pensato tanto è a quanto è importante è cercare di non lasciare sole le persone in generale, ma anche là dentro perché penso che è veramente una merda e non c’hai nessuno fuori perché è totalmente spersonalizzante e dissociante quello che succede là dentro. Comunque è stata anche un’esperienza interessante – io ci sono stata solo 5 giorni – ma è stato interessante poter vedere da dentro il carcere, conoscere le persone che ci stavano dentro. Me la sono potuta vivere in questo modo anche perché non sapevo che dovevo stare là dentro quanto ci sarei stata cioè non pensavo che ci sarei stata dentro un anno, sicuramente. Ci stava questa donna straniera in isolamento che aveva dei problemi mentali, ma non so se li aveva da prima o le erano stati indotti, che tutta la notte urlava e per esempio io non mi ricordo più le frasi che urlava. Mi ricordo che urlava delle frasi strazianti. E infatti le altre carcerate le urlavano contro, la insultavano. Per me che stavo lì da pochissimo era una roba che dicevo “cazzo ma perché ci si deve mettere contro a lei e non contro le secondine?” però ovviamente era la guerra fra povere che come al solito è quello che emerge. E insomma lei non sono riuscita a capire che tipo di situazione avesse. Non era ben conosciuta e dalle altre carcerate non mi sembrava ci fosse una particolare empatia. Magari lei sputava dalla cella, tirava cose, ma erano tutte forme di reazione. Tra l’altro secondo me se metti una persona in isolamento può andare solo peggio. E quando ce ne siamo andate via penso che le stessero facendo un TSO.

M: ok. Cioè ok il cazzo.

C: ok il cazzo. Mi dispiace pure raccontartelo. Comunque penso che un pochino di cose penso di averle rimosse. Ma anche perché sono passati due anni. Me le sarei dovute scrivere. Però ecco – come dire – questi tentativi secondo me di schiacciare e di reprimere non fanno altro che rinforzare … cioè io comunque sono uscita da lì che mi sentivo molto forte. La sensazione che mi hanno dato è che mi sono sentita più forte.

Pubblicato il 6 agosto 2022