Sibilla Aleramo
Una donna




Copertina di Una donna di Sibilla Aleramo


“Una donna” è un libro splendido.
Ed è splendido perché abbiamo una scrittura femminile del testo.
Per capire questo mi rifaccio a “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, quando pone la differenza tra Jane Austen e Charlotte Bronte: mentre la seconda aveva ancora e a tratti un’emulazione maschile, e il nervosismo della sua condizione di donna si palesava tra le pagine di “Jane Eyre”, la Austen prendeva in pieno il suo essere femmina, parlando di questioni squisitamente femminili con un linguaggio nuovo, e qui ne ritroviamo la sua grandezza.
Sibilla Aleramo scrive come una donna che affronta a mente lucida le contraddizioni del suo percorso. 
Lungi dal credersi una femminista pura, non teme di narrare la sua vita nel suo essere assoggettata necessariamente al patriarcato e proprio per questo ancor di più diviene esempio per tutt* noi.
Figlia di una famiglia con una madre tormentata e un padre risoluto e superbo, maggiore di altri fratelli e sorelle, Sibilla affronta un viaggio che dalla metropoli la porterà alle problematiche di un paesino del sud. Qui vivrà per undici anni, in cui vedrà per la prima volta l’abbandono del padre, la follia della madre, la cattiveria delle persone, l’amore di un uomo, il potere della gelosia del maschio, il sesso, l’aborto, il parto, l’amore per il proprio figlio.
Sarà solo verso la fine di questi undici anni che la sua coscienza, da sopita, si risveglierà dal torpore provinciale verso coste più floride di autocoscienza, raccontate al contempo con vergogna e fierezza, non nascondendosi mai nei passaggi della propria esistenza. Andrà a vivere a Roma ed entrerà in contatto con molte personalità del tempo che la spingeranno a continuare a scrivere e a far di questo la propria vita. Da questa esperienza prenderà il coraggio per lasciare il marito e trasferirsi a Milano, lasciando anche il figlio pur di non perdere la propria dignità.
La maternità è il tema più importante del testo.
Nel 1906 era necessario adempiere a quel ruolo per cui “una donna nasce”. Sibilla prende questo ruolo come necessario per il suo matrimonio e la sua esistenza. Come darle torto?
Nel “Manifesto del partito comunista” leggiamo: 

Abolizione della famiglia! Anche i più radicali inorridiscono di fronte a tanto vergognoso disegno dei comunisti. Qual è il fondamento della famiglia di oggi, della famiglia borghese? Il capitale, il guadagno privato… Ma voi comunisti intendete adottare la comunanza delle donne, ci grida in coro tutta la borghesia. Il borghese non vede nella propria moglie che uno strumento di produzione. Ode che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e naturalmente si sente autorizzato a credere che la medesima sorte toccherà anche alle donne. Non pensa minimamente che la questione sta proprio in ciò; abolire la posizione della donna come semplice strumento di produzione.

Sibilla è diventata, necessariamente per il suo tempo, strumento di produzione. L’importanza del suo libro consiste nella consapevolezza di ciò. Ed inoltre grazie a questo testo possiamo ancora una volta, per chi ancora non avesse chiara la differenza tra madre e famiglia, tracciarne proprio le linee differenti. Madre non è mai potuto, mai potrà e non può essere un ruolo istituzionale, non solo puramente per un fatto biologico, ma culturale. Non è la madre che crea l’istituzione famiglia, ma il padre. Carla Lonzi, in “Sputiamo su Hegel”, ce lo ricorda con le sue parole: 

La famiglia è il caposaldo dell’ordine patriarcale: essa è fondata non solo negli interessi economici, ma nei meccanismi psichici dell’uomo che in ogni epoca ha avuto la donna come oggetto di dominio e suo piedistallo per le più alte imprese.

Ed ancora: 

Non siamo responsabili di aver generato l’umanità dalla nostra schiavitù: non è il figlio che ci ha fatto schiave, ma il padre. Prima di vedere nel rapporto tra madre e figlio una battuta di arresto dell’umanità, ricordiamoci della catena che da sempre li ha oppressi in un legame solo: l’autorità paterna. Contro di essa si è creata l’alleanza tra la donna e il giovane.

Oggi, ad un secolo di distanza, sebbene consapevoli di quanto dicono Marx, Engels e Lonzi, sentiamo tutto il peso di questa narrazione, in un momento storico pieno di interrogativi sulla questione.
Ora che non è più una necessità sociale diventare madri, perché si diventa madri?
Per amore? Per essere ricordati da qualcuno? Per il concetto di cura? Per eternarsi?
Quali sono le differenze in termini morali tra una fecondazione naturale e una fecondazione assistita?
Che conseguenze può avere il pensare, come me, che non si vogliono avere figli per non avere nessun tipo di proprietà privata rispetto ad un altro essere umano?
Sibilla, figlia del suo tempo, fa della necessità virtù: ama suo figlio talmente tanto da comprendere l’importanza dell’educazione e a lui dedica il libro, affinchè non la creda una madre che abbandona, ma una donna sospinta dalla propria dignità di non soccombere ai doveri del tempo.
Si rimane per molto tempo dopo la lettura del libro a chiedersi se il figlio lo abbia letto, se abbia compreso o se sia diventato un uomo violento tale e quale al padre. Non lo sapremo mai. 

Pubblicato il 5 maggio 2021.